“Sai, ci ho pensato dopo il disimpegno da Gaza, quando l’allora premier Ariel Sharon decise e realizzò il ritiro dalla Striscia di Gaza di militari e coloni israeliani”. Così, ex abrupto. Il mio amico israeliano (per ora lo lasciamo nel suo anonimato) stava pensando alle tracce e alla memoria di sé. “Hai visto? Di quelle colonie non è rimasta traccia. Solo sabbia”. Il mio amico israeliano voleva comunicarmi la sua paura, che di loro – degli israeliani – non sarebbe rimasta traccia, nel giro di qualche decennio. E’ una paura che colpisce molti, da qualche anno, soprattutto nell’Israele laica. E il mio amico non è un fondamentalista, anzi, è un vero, profondo pacifista, un uomo che rispetta gli uomini e partecipa alla loro sofferenza, chiunque siano.
Comunque, il mio amico israeliano non si è fermato alla storia delle colonie di Gaza. Anzi. Quello è stato solo l’incipit. Per dirmi altro. “Guarda invece cosa succede alla memoria dei palestinesi. Ci sono interi villaggi, quelli distrutti dagli israeliani durante la guerra del 1948, che non ci sono più. Su di loro, le autorità hanno fatto nascere delle foreste, per nascondere le tracce dei villaggi. Eppure, sempre, a passeggiare per quelle foreste, la memoria è lì. Un muretto, il rudere di una casa, una pietra. Quella memoria non scompare, così come – al contrario – è successo alle colonie di Gaza”.
Sono domande serie. Forse si potrebbe anche provare a dare delle risposte. Per me, invece, le domande del mio amico israeliano sono state il volano per guardare con occhi diversi il panorama, le strade, i luoghi. E Gerusalemme. Non sono andata alla ricerca di tracce. Sono le tracce che sono di colpo comparse di fronte a me. Le tracce di Gerusalemme araba.
La prima è a casa mia. In un quartiere diventato israeliano nel 1948. Il palazzo a quattro piani porta, sul muro esterno, la data di fine costruzione: 1997. A ben guardare la linea dell’edificio, appare subito evidente cos’era prima. Una villa araba, con le alte finestre al piano terra, elegante, ben proporzionata. Sopra, è stato piazzato un cubo di cemento, ricoperto dalla ‘pietra di Gerusalemme’.
Normale, a Gerusalemme. Ora il mio passatempo è cercare quelle tracce. Non solo e non tanto architettoniche. Non bisogna fare grandi sforzi: sono talmente tante ed evidenti da essere incalcolabili.
La foto, di Francesco Fossa, è un fotogramma del mercato della Porta di Damasco, ancora, come prima, il cuore commerciale della Gerusalemme araba.
