Se l’immagine è complessa, per comprenderla conviene andare più a fondo, e magari leggere qualcosa di più approfondito. Dovrebbe essere pratica comune, tra chi si occupa di Medio Oriente. Ma so bene che non è così. Comunque, a beneficio dei miei affezionati naviganti, segnalo qualche rapporto sulla situazione palestinese, che vada oltre quelle che nel nostro gergo di giornalisti si chiama photo-op, la fotografia di scena davanti alle macchine fotografiche e alle telecamere di mezzo mondo.
Oltre Washington, i negoziati in ripresa, le propagande, ci sono molte cose che succedono tra le pieghe di una società palestinese che sta vivendo un periodo non solo difficile, fatto di divisioni interne, conflitti, checkpoint (la Cisgiordania, informazione di servizio, è sigillata da ieri sera a mezzanotte sino a sabato notte per ordine del ministero della difesa israeliano, per questioni sicurezza, in concomitanza con il Capodanno ebraico). E’ , per la società palestinese, l’ennesimo periodo di transizione in una transizione infinita come quella del dopo-Arafat.
E cominciamo dalla Cisgiordania, dalla riforma della sicurezza, sotto le lenti degli analisti dell’International Crisis Group, nell’ultimo rapporto dedicato all’argomento. Ttitolo indicativo: Squaring the Circle: Palestinian Security Reform under Occupation. C’è la sicurezza, c’è la riforma, c’è l’occupazione israeliana: difficile far quadrare il cerchio, ma Abu Mazen e Fayyad ci stanno provando, con i risultati positivi, apprezzati da tutta la popolazione, e – allo stesso tempo – i semi dell’autoritarismo che purtroppo stanno germogliando. Rapporto come sempre puntuale, sulla linea dei precedenti, i migliori sugli ultimi anni di storia politica palestinese.
E sulla falsariga del dibattito sicurezza/democrazia in Cisgiordania, Ali Abunimah ha scritto un commento per il Los Angeles Times, fortemente critico del premier Salam Fayyad. E Youssef Munayyer
del Palestine Center si chiede invece l’impatto della repressione securitaria dell’opposizione sui negoziati di pace.
Lettura consigliata anche per l’ultimo saggio di Henry Siegman, che ricalca posizioni già espresse più volte negli ultimi anni. Nel suo “U.S. Hamas Policy Blocks Middle East Peace,” scrittoper il Norwegian Peacebuilding Centre (Noref) di Oslo, Siegman non ha più speranza sul fatto che la strategia di Barack Obama possa inserire Hamas tra gli attori del conflitto e dunque anche del negoziato mediorientale. E spera nell’Europa. Siegman è il presidente dell’USMEP, un think tank americano progressista.