In attesa di Sharm, e del faccia a faccia tra Hillary Clinton, Bibi Netanyahu e Mahmoud Abbas, in attesa di sapere quale sarà l’escamotage per andare avanti nonostante la spada di Damocle delle costruzioni nelle colonie israeliane in Cisgiordania e a Gerusalemme est, apriamo una parentesi sulla pop culture araba. Pop culture araba lasciata un po’ nel dimenticatoio, in questi mesi. Eppure qualcosa continua a succedere. Soprattutto di ramadan.
La battaglia delle fiction del ramadan, delle serie di 30 puntate in 30 giorni, si è appena conclusa. A Gerusalemme est, i maxischermi negli alberghi e nei ritrovi erano tutti, ancora una volta, su Bab el Hara, serial nazionalistico anticoloniale, siriano, ambientato nella città vecchia di Damasco. Ma le polemiche si sono invece tutte concentrate su di un serial egiziano, dedicato alla figura del fondatore dei Fratelli Musulmani, Hassan al Banna. Per nulla elogiativo, anzi, al contrario, al Gamaa è stato considerato un attacco mediatico all’Ikhwan nell’atmosfera preelezioni che già avvolge l’Egitto. Qualcuno, però, pensa che comunque i Fratelli musulmani egiziani ci abbiamo guadagnato, dalla fiction contro di loro.
Qualcosa si muove anche nelle allnews. Un ricco boccone, nel mondo arabo, gestito da un sostanziale duopolio che vede Al Jazeera affiancata da Al Arabiya, costituita dopo il successo del canale qatariota proprio per arginare la sua capacità di influire sul pubblico arabo. Ora si affaccia all’orizzonte anche il principe saudita Walid bin Talal, tycoon delle comunicazioni made in Arabia, e soprattutto patron di Rotana, il più importante canale musicale della regione. E lo potrebbe fare attraverso Fox, che però – tra gli arabi – è il canale allnews più odiato, quello che ricorda la copertura dell’attacco angloamericano all’Iraq… Per chi ne vuole sapere di più, c’è ora su Arab Media & Society un lungo approfondimento, a firma Paul Cochrane.
Donne dietro alla macchina da presa. Un articolo sulla stampa americana parla di una regista che arriva in Qatar per il prestigioso festival del documentario di Al Jazeera, e incontra altre donne che fanno lo stesso mestiere. Compresa una estremamente solidale Sahera Dirbas, documentarista palestinese, autrice di un documentario su Hind al Husseini, la donne che aprì un orfanotrofio a Gerusalemme (ancora esistente, proprio dietro l’American Colony) per ospitare i bambini sopravvissuti al massacro di Deir Yassin, il villaggio palestinese – ora alla periferia di Gerusalemme – dove gli israeliani compirono la strage più sanguinosa della guerra del 1948, ricordata nei dettagli da Bennny Morris. Chi ha visto il recentissimo Miral, sa che Hind al Husseini è una delle donne ritratte nel film, interpretata da Hiam Abbas, la migliore attrice palestinese.