Allora, sembra che il riconoscimento dello Stato di Palestina sia diventato un elemento di pressione sul governo israeliano presieduto da Benjamin Netanyahu. Oggi è stato il ministro degli esteri egiziano, Abul Gheit, a rispondere in maniera neanche tanto indiretta alla notizia che Tel Aviv aveva approvato la costruzione di 238 appartamenti negli insediamenti israeliani dentro Gerusalemme est. Nella fattispecie, a Ramot e soprattutto a Pisgat Zeev, quartiere che si trova in sostanza tra Beit Hanina e la periferia di Ramallah. Ahmed Abul Gheit, diplomatico a dir poco moderato, ha detto che una richiesta della Lega Araba all’Onu, di riconoscere lo Stato diPalestina, potrebbe arrivare il mese prossimo.
Non è la prima volta che palestinesi e arabi ‘minacciano’ la proclamazione unilaterale dello Stato di Palestina (la dichiarazione di indipendenza del 15 novembre 1988 non ha certo risolto tutte le questioni legate al pieno riconoscimento internazionale, come è facile intuire…). E tanto la questione è seria, che è stata anche studiata dal punto di vista della legalità internazionale dagli esperti israeliani. Questa, però, è una di quelle fasi in cui un passo del genere avrebbe terreno fertile. Il che, come spesso accade in Medio Oriente, non vuol dire necessariamente che il passo venga compiuto. Comunque, l’idea sta passando: non l’ha per niente esclusa Bernard Kouchner, la ripropongono gli arabi, e gli esperti europei – come la bravissima Muriel Asseburg, dell’autorevole centro studi tedeschi SWP – la spiegano ai politici della UE, perché conoscano nei dettagli i pro, i contro, la griglia legale, le necessità sul terreno. E le alleanze necessarie, soprattutto quella degli Stati Uniti, come spiega in questo articolo scritto assieme a Jan Busse.
The role of the U.S. is of crucial importance if European recognition were to be more than merely a symbolic act. This is particularly so with regard to Israel’s reaction, and also to ensure that the UN Security Council agrees to proposing Palestine’s full membership of the General Assembly. For the recognition of Palestine to be made a step of real significance, therefore, it is essential that Europe act in cooperation with the U.S. and the wider international community. Becoming a fully-fledged member of the UN would be a vitally important political underpinning for the Palestinian state.
Above all, if accompanied by an intensive international engagement, recognition of the State of Palestine in the territories occupied by Israel in 1967 could give the negotiations a decisive push, creating a new dynamic that could save the two-state settlement. The Palestinian state’s territorial scope and international status would in this way no longer be up for negotiation. So the two parties could focus on sorting out their bi-lateral relations in such areas as security arrangements, land swaps, refugees, economic co-operation and water management.
Muriel Asseburg conferma quello che avevo scritto due giorni fa, e cioè che il riconoscimento a pieno titolo dello Stato di Palestina come membro dell’Onu cambia lo stesso vocabolario del processo di pace. Rimette peraltro in discussione lo stesso ruolo dell’OLP, rispetto a quello dell’ANP, che passerebbe da entità quasi statuale a Stato. Un fatto, questo, che fa anche comprendere a pieno – adesso – perché il premier di Ramallah, Salam Fayyad, si sia dato da fare per pubblicare un programma di governo che abbia come obiettivo l’istituzione di uno Stato palestinese entro l’autunno del 2011. Un programma dal titolo chiaro: “Ending the Occupation, Establishing the State”. Riconoscere lo Stato indipendente di Palestina significherebbe anche l’inizio di una discussione difficile e dagli esiti ignoti sul ruolo dell’OLP, sul ruolo delle fazioni nell’ANP, sul peso specifico di Gaza e della Cisgiordania dentro lo Stato.
La foto di un graffito che ritrae Yasser Arafat è di Francesco Fossa, che peraltro ha appena pubblicato un bellissimo libro di fotografie non sul Medio Oriente, ma sul Matese. Quota Mille, introduzione di Paolo Rumiz.
