Gerusalemme, o della parabola del calcio

Che c’entra il calcio con Gerusalemme? Tutto c’entra con Gerusalemme. Calcio compreso. Soprattutto quando il calcio, a Gerusalemme, si declina con il Beitar Jerusalem, la squadra più famosa di Israele, quella che ha vinto gli ultimi due campionati. Che non solo gli ultras, ma la gran parte dei tifosi della squadra giallonera siano di destra, lo si sapeva già. Nei decenni precedenti, si diceva che il Beitar Jerusalem aveva i likudisti tra i suoi fan, mentre quelli legati al tradizionale sindacato sionista-laburista, lo Histadrut, tifavano lo Hapoel Tel Aviv. In parte è ancora così. Beitar Jerusalem e Hapoel Tel Aviv si odiano e se le danno di santa ragione, rappresentando alla meglio la divisione tra le rispettive città e il rispettivo modo di concepire la vita quotidiana, tra mare e montagna.

E allora, dov’è la novità? La novità – se tali si può definire – è che ora ci si è accorti che il tradizionale, noto razzismo dei tifosi del Beitar Jerusalem può avere gravi conseguenze per la squadra della Gerusalemme ovest (a est, invero, ce ne sono altre, molto meno conosciute, ovviamente, e tutte palestinesi). In ambito UEFA, visto che il calcio israeliano ricade sulle organizzazioni europee. La UEFA combatte il razzismo, e con mano che vorrebbe essere dura. Non solo contro la Stella Rossa di Belgrado, l’ultranazionalista squadra serba ormai rappresentata iconicamente dal povero (si fa per dire) Bogdanovic. Ma in futuro anche contro il Beitar Jerusalem, se non si fa qualcosa contro tifosi che mostrano allo stadio striscioni con un “No agli arabi” (come nella foto) oppure, ancor peggio, la bandiera del movimento terroristico Kach, quello legato al rabbino Meir Kahane, i cui seguaci hanno celebrato il decennale della sua uccisione proprio poche settimane fa in un grande albergo di Gerusalemme.

E così, Haaretz si chiede se non sia il caso che nella dirigenza del Beitar Jerusalem si passi dalla politica dell’appeasement con i tifosi al pugno duro (non quello rappresentato nella bandiera del Kach, ovviamente…). Non solo. Il giornale liberal israeliano la butta in politica. Perché, in effetti, il Beitar Jerusalem la politica la fa. La squadra si vanta, infatti, di non aver mai avuto un giocatore arabo (cioè palestinese) nel team sin dalla sua fondazione nel 1936. Puro, insomma. E non contaminato come lo Hapoel Tel Aviv o, ‘peggio ancora’, il Bnei Sakhnin, pieno di arabo-israeliani, bersaglio dei fan del Beitar. Guai ad avere arabi in panchina o in campo, e i canti antiarabi sono stati condivisi anche tra i giocatori, come quando il giovane idolo del pallone Amit Ben Shushan fu colto dalla telecamera mentre li intonava assieme ai fan. Immagini che facevano impressione, come impressione fanno le interviste condite di razzismo puro con i fan dentro uno stadio, il Teddy Kollek Stadium, che è stato costruito sotto uno dei villaggi palestinesi distrutti nel 1948, Al Maliha. Malcha.

Haaretz va oltre e fa un paragone tra il direttore del Beitar e il premier Banjamin Netanyahu. Decisamente da leggere, come il resto dell’articolo.

Like Benjamin Netanyahu, Kornfein would very much like to capitulate to the extreme right; in the past, he has done so. But the comparison does not end there: Both men are subject to external and perhaps decisive pressures. Netanyahu is petrified of a total rift with the U.S. administration; Kornfein is worried that, even if Beitar manages to overcome its on-field woes and wins a place in a major European competition, it will quickly be booted out.

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