Un debito da pagare

Anzitutto, sono in debito di un grazie ai miei lettori. Grazie pieno e non retorico. In questi giorni, sono stata quasi sommersa da email, telefonate e commenti, di sostegno al lavoro che faccio col mio blog. Vi ringrazio tutti così, con queste righe, e vi prego di credere che non lo faccio con leggerezza. Mi avete veramente sostenuto, in un’impresa che è solo volontaristica e solo per amore di una lettura più complessa di quello che sta succendo in Egitto. Sono rimasta sorpresa da come quel J’accuse sia diventato virale su Facebook e sulla Rete. Oltre 700 condivisioni nel momento in cui scrivo, postate su Facebook. Centinaia e centinaia di contatti, in una normale domenica. Non me l’aspettavo, e questo mi fa riflettere, sulla distanza che pian piano si sta aprendo tra informazione classica e lettore di nuovo tipo. Una riflessione che – credo – coinvolga in primis i giornalisti, che debbono necessariamente chiedersi perché stiano (stiamo) diventando meno credibili. Dipende forse dalla qualità del prodotto? Dalla richiesta, di molti lettori, di sapere di più o meglio, di saltare a pie’ pari i giudizi stereotipati e tornare al vecchio stile? Al racconto, alla descrizione della realtà? Ciò che può sembrare naive è invece un modo per uscire dalla crisi, non solo culturale, ma anche economica, in cui versano i giornali. E invece, di questo non si parla nella redazioni, preferendo continuare il tran tran, fatto talvolta (spesso?) anche di protagonismo, del saltare sul carro dell’ultima notizia da prima pagina, di vedere la propria firma.

Ma tant’è. Lettori, insomma, grazie.

E ora, qualche riga sul Cairo. E’ una giornata strana, sembra. Dopo una settimana di proteste, serpeggia la paura della stanchezza. La gente fa scorte alimentari, i negozi sono vuoti o quasi, i treni non funzionano, la vita non scorre più come prima. Un paese col fiato sospeso, diviso tra la voglia e la necessità di saltare il fosso, e lo spaesamento che nasce da una rivolta. Reggeranno i dimostranti che ancora riempiono le strade delle città egiziane? Domani il Movimento 6 aprile ha chiesto la marcia del milione di persone. Una citazione e un segnale. La citazione è quella, romantica se si vuole, al Wen el Malayin, dove sono i milioni di arabi, dove sono i popoli arabi, canzone celeberrima, inno al panarabismo riproposto recentemente da Julia Boutros nel 2006, dopo la guerra dei 33 giorni tra Israele e Libano. Il segnale è da parte di uno dei movimenti dei giovani, veicolato in Rete, soprattutto su Facebook, autore di quello sciopero virtuale del 6 aprile del 2008 che rese evidente il rapporto tra Rete, giovani e strada. Il Movimento 6 Aprile vuole segnalare, io credo, che è per loro che c’è stata la rivoluzione, prima che venga sequestrata dalla politica classica.

Vedremo, insomma, domani. Così come domani, e nei prossimi giorni, si dovrà vedere come reagiranno le diverse anime palestinesi. A Gaza la situazione comincia a essere ancor più disperata, mentre Hamas rimane prudente. Scarsezza di carburante, che non passa più attraverso i tunnel, e la paura di una maggiore instabilità al confine. A Ramallah, invece, una manifestazione di soli 50 dimostranti di fronte all’ambasciata egiziana è stata ieri impedita dalle forze di sicurezza dell’ANP. Abu Mazen appoggia ufficialmente Mubarak, e tra i palestinesi si diffonde la paura che succeda come dopo il 1991, e l’appoggio di Arafat a Saddam Hussein. Nell’immaginario arabo, peraltro, nessuno ha dimenticato quella stretta di mano calorosa, di fronte alle telecamere, tra Hosni Mubarak e l’allora ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni. Era proprio alla vigilia dell’attacco israeliano su Gaza del 27 dicembre 2008, l’Operazione Piombo Fuso. Per Mubarak, quella stretta di mano, è stato un ennesimo colpo alla sua stabilità.

E da ultimo, siccome non ho voglia di impelagarmi in una dotta discussione sulla difesa a corrente alternata dei diritti umani e civili che ci contraddistingue, a noi italiani, europei e occidentali, quando si parla di Medio Oriente, faccio parlare i “sacri testi”. Dal Rapporto 2010 di Amnesty International, capitolo sull’Egitto:

The government continued to use state of emergency powers to detain peaceful critics and opponents as well as people suspected of security offences or involvement in terrorism. Some were held under administrative detention orders; others were sentenced to prison terms after unfair trials before military courts. Torture and other ill-treatment remained widespread in police cells, security police detention centres and prisons, and in most cases were committed with impunity. The rights to freedom of expression, association and assembly were curtailed; journalists and bloggers were among those detained or prosecuted. Hundreds of families residing in Cairo’s “unsafe areas” were forcibly evicted; some were left homeless, others were relocated but without security of tenure. Men perceived to be gay continued to be prosecuted under a “debauchery” law. At least 19 people seeking to cross into Israel were shot dead by border guards, apparently while posing no threat. At least 269 people were sentenced to death, and at least five were executed.

Ne potrei citare tanti di rapporti, da Human Rights Watch alle associazioni egiziane, che si battono ogni giorno con i loro avvocati per dare assistenza a ragazzi, blogger, giornalisti, oppositori, maltrattati etc. Ne cito solo uno, ad esempio, come risposta a chi dice che in Egitto va tutto bene, anche sulle prime pagine dei giornali importanti.

Passo e chiudo. Per ora. But…stay tuned.

1 commento su “Un debito da pagare”

  1. Grazie a te e al tuo lavoro! I lettori sono invisibili, ma ci sono, dovranno rendersene conto, prima o poi…
    Belli questi invisibili! Ciao.

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