bentornato online, Egitto!

Bene, è tornato internet. Benvenuto, Egitto, di nuovo nel XXI secolo, quello di internet e della comunicazione (veramente) di massa. Giusto in tempo per mostrare le manifestazioni pro-Mubarak, dove i ragazzi di piazza Tahrir scorgono i beltagi, gli agenti in borghese, gli egiziani pagati due lire per manifestare, o quelli conosciuti per far parte delle tifoserie di calcio. Welcome back, Egypt. Ahlan wa Sahlan, ya Masr. Che tempismo, questo ritorno della Rete, giusto per dare l’impressione che c’è anche un altro Egitto, oltre quello che abbiamo visto in massa ieri in piazza Tahrir. Il vero Egitto era a piazza Tahrir, ieri. Non ci sono dubbi. E non era per niente contento di quella che invece anche Tony Blair [!??] giudica una scelta coraggiosa, da parte di Hosni Mubarak. Non ricandidarsi [sic!] alle elezioni presidenziali di settembre, alla giovane età di 82 anni [sic!]. Quale sarebbe il compromesso? Rinviare a settembre un ricambio che il popolo egiziano vuole ora? Ho l’impressione che da qualche parte, in qualche stanza delle cancellerie, qualcuno continui a non capire cosa sia l’Egitto, magari mal consigliato.Rimandare a settembre significa, dicono gli egiziani, ritornare in prigione, ed essere sottoposti a una nuova ricomposizione del regime. Repressione, retate, oppressione. Come rimettere in gioco la Stasi, in DDR, dopo la fuga in trabant dei suoi abitanti verso l’Europa occidentale. Una soluzione insostenibile, per gli egiziani, che di rivoluzioni ne hanno fatte già due.

Diverso è parlare di forze armate. Ma non perché possano sostenere il ruolo di Omar Suleiman, spiegato benissimo da Barbara Spinelli, oggi, e da Amnesty International, da molto tempo. Le forze armate sono molto più variegate di quello che si può pensare. Non si sa cosa faranno, ma bisogna sempre riflettere sul fatto che la rivoluzione 1952 è stata fatta da militari, e che quei generali che ora riempiono il governo sono di una generazione diversa dagli ufficiali e dai sottufficiali. Sottovalutare la questione generazionale, anche nei ranghi dell’esercito, è sbagliato, così come descrivere un quadro in bianco e nero.

Sui leader della rivoluzione, credo che sia necessario andare oltre i nomi che sono stati fatti. Mohammed el Baradei, Ayman Nour (credetemi, ha pochissimo seguito), lo stesso Amr Moussa, molto popolare negli scorsi anni ma forse troppo rinchiuso nei suoi uffici della Lega Araba, proprio di fronte a piazza Tahrir. E’ vero, non c’è un uomo così popolare, così stimato, così ecumenico. Ci sono uomini (e donne) stimati, che forse verranno tirati fuori dal cappello a tempo debito. Ci sono intellettuali che hanno fatto da coscienza della nazione, come Alaa al Aswany. Attori che hanno deciso di entrare in politica, come il bellissimo Khaled Aboul Naga (accanto a el Baradei, mentre parlava alla folla il 28 gennaio), espressione del nuovo cinema egiziano, tra cassetta e riflessione. Donne interessanti, come Heba Raouf Ezzat, espressione di un islam politico da non sottovalutare. Etc etc

L’Egitto è quello che, vivaddio, ha oggi descritto in maniera perfetta Barbara Spinelli, su Repubblica. Quello è l’Egitto, e quello che lei descrive è anche il nostro compito: non avere doppi standard quando si parla di valori e di democrazia, non cambiare tono di voce se si parla di Iran, di Corea del Nord, oppure – ops – di Egitto. Per fortuna, su alcuni giornali, ho visto che il tono è cambiato, e che ci si comincia a chiedere perché non ci si sia accorti prima di quello che covava sotto la cenere. Per fortuna, un po’ in ritardo… e a farci ragionare sono stati i milioni di persone in piazza, nelle strade, fuori casa, non solo a casa. Un sonoro schiaffo in faccia alla nostra arroganza da Primo Mondo che non ha mai smesso i panni orientalisti.

Finito il sermone, parliamo di cose serie. E cioè di quello che succede in Egitto. I blogger sono di nuovo visibili, e si sono rimessi anche a twittare. Ancora con lo stesso hashtag, #jan25, primo giorno della rivoluzione. Zeinobia, per esempio, spiega cos’è successo quando la polizia ha lasciato di colpo le strade egiziane, e perché vi sia stato il tentativo di far precipitare il paese nell’anarchia, e spegnere in questo modo la rivolta. arabawy, invece, ha scelto di raccontarci la rivoluzione con un click, e chiede attraverso twitter che siano diffuse. Non per soldi, che non vuole, ma per amor di verità. E come vedrete, sono anche molto belle. Alcune le ho già messe sul blog, compresa quella, il 25 gennaio, con la bellissima faccia di un manifestante, scattata durante gli scioperi nel Delta che cominciarono nel 2006 (ne avete saputo qualcosa, allora? era l’aristrocrazia operaia egiziana che andava in piazza a Mahalla, quella delle grandi industrie tessili, sfidando lo stato d’emergenza, chiedendo dignità nel lavoro, e non solo paghe più alte).

I blogger cominciano a uscire dall’oscurità in cui erano stati ricacciati da tre giorni, e tornano a descriverci un paese che avevano tentato di raccontarci anche negli scorsi anni. Un tasto che continuo a battere, perché negli scenari di cui si parla in questi giorni, e su cui mi chiedono cosa pensi, manca un fotogramma. I ragazzi. Non solo blogger. Sono loro che hanno fatto la rivoluzione, versato il sangue (e speriamo che non lo debbano versare oggi, nei prossimi giorni), come ha ricordato anche un leader dei Fratelli Musulmani, Abdel MOneim Abul Futouh, conosciuto per i suoi legami con la parte più giovane dell’Ikhwan. Nella transizione necessaria, e necessariamente veloce, dell’Egitto alla democrazia reale, non si possono espungere i ragazzi dallo scenario. E non è per naivité. E’ successo nel nostro ’89. Quando ero in Ungheria (1990-1991), uno dei partiti della transizione era il Fidesz, oggi al potere, ahimé con responsabilità pesanti come la legge bavaglio alla stampa. Allora, per entrarvi, non si poteva avere più di 35 anni. Sono stati tra i leader della transizione ungherese alla democrazia. Altro esempio? La stessa Angela Merker, oltre vent’anni fa attivissima nella rivoluzione in DDR.

Togliere questo fotogramma non tanto dall’immagine di piazza Tahrir, ma dagli scenari a tavolino significa soltanto continuare a non capire, a non prevedere, a non analizzare. Prima non si era capito che questi giovani esistevano, erano tanti. Ora si pensa che siano solo massa di manovra. Non è così. Pensano.

PS: non ho intenzione di scrivere un altro J’Accuse, perché altrimenti si rischia di essere non solo ripetitive, ma anche acide. Unico commento, che non riesco a trattenere. Dire – come ho sentito dire ieri sera in tv – che “settembre non è poi così lontano”, e che dunque la promessa di Mubarak di dimettersi a fine mandato sia un compromesso possibile, vuol dire non avere la benché minima idea di cosa sia l’Egitto, l’animo arabo, la profonda aspirazione alla democrazia del popolo egiziano e dei suoi giovani… Ci vorrebbero degli esperti, a parlare. Se volete, vi faccio qualche nome. Basta spulciare, per esempio, gli elenchi degli iscritti a Sesamo, la società di studiosi del Medio Oriente. Non è poi molto difficile…

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