Caccia al blogger

I don’t know how to start writing this. I have been battling fatigue for not sleeping properly for the past 10 days, moving from one’s friend house to another friend’s house, almost never spending a night in my home, facing a very well funded and well organized ruthless regime that views me as nothing but an annoying bug that its time to squash will come. The situation here is bleak to say the least.

E’ l’ultimo post messo poco fa da Sandmonkey, prima di essere arrestato dagli agenti in borghese egiziani. La sua colpa? Essere un blogger, nient’altro. Un blogger in carne e ossa, che è andato a piazza Tahrir, e che è stato protagonista, nel corso degli ultimi anni, della dissidenza elettronica egiziana. Sandmonkey è uno  dei blogger più famosi per i suoi messaggi al vetriolo, ultraliberali, filo-USA e antiislamisti. Non è la prima volta che Sandmonkey è stato minacciato: nel 2007 aveva deciso di chiudere i battenti per questioni di sicurezza. Il suo anonimato non era più tale. E attorno a lui cominciava a “fare troppo caldo”. Ora è stato arrestato, dice il tam tam di twitter, dei suoi amici, dei blogger più importanti del paese.

Perché un blogger può fare paura a un regime che sta dando dei paurosi colpi di coda? Perché è dissidenza, è attivismo, è opposizione. Questo è quello che succede da anni in Egitto. Non è massa, ma è il segnale di una nuova generazione. E dopo l’attacco di ieri a Piazza Tahrir, le forze di sicurezza del regime hanno cominciato la caccia all’uomo. La caccia al blogger, come Sandmonkey. La caccia ai difensori dei diritti umani e civili, come l’attacco di poco allo Hisham Mubarak Law Center, che serve come supporto legale agli oppositori. C’è paura per Ahmed Seif, direttore del centro, nonché padre di Alaa, un altro dei più importanti blogger in Egitto, marito di una delle docenti universitarie più note per il loro impegno politico. Non è per pura genealogia che cito questi legami famigliari. E’ per dire che i beltagi stanno attaccanto l’intellighentsjia, l’èlite culturale del paese.

Non solo. Stanno attaccando giornalisti stranieri, ed è impossibile – a questo punto – cercare di capire chi è stato attaccato, e dove. Il tweeting che ancora continua è lunghissimo, e parla di un’atmosfera di paura che si sta diffondendo. Il sistema è quello che le forze di sicurezza hanno usato sempre, negli scorsi anni, all’ombra di un’informazione internazionale che non ha dato molto peso agli arresti, ai processi, alle detenzioni degli oppositori. Il silenzio era importante: non bisognava che gli egiziani sapessero quello che stava succedendo, e dunque blogger, esponenti delle ong, giornalisti liberi dovevano essere zittiti. L’informazione è importante, in un paese dove l’analfabetismo è ancora una piaga, e molta gente ancora ascolta la tv di stato (ma non solo quella). Qualche crepa, a dire il vero, comincia anche ad aprirsi nel monolitico palazzo curvo della tv di stato egiziana, lungo la corniche. Shaira Amin, numero 2 di Nile Tv, una delle tv del regime, si è dimessa ieri, perché non ce la faceva più, ha detto al giornalista di Al Jazeera che la intervistava. Era a piazza Tahrir, Shaira Amin, “con i dimostranti, contro il regime. E non ho paura. Mi sento anzi sollevata, finalmente”.

Questo l’Egitto, che sta combattendo una battaglia durissima, di cui si vede una solo una parte, qualche fotogramma. E si arguisce che dietro quel fotogramma c’è molto. Un regime contro il suo popolo. E una resa dei conti durissima.

nel collage di alcuni anni fa, una delle campagne per la liberazione dei blogger arrestati

2 commenti su “Caccia al blogger”

  1. Immagino che l’esercito voglia liberarsi di Mubarak, ormai indifendibile anche per loro; aspetta che in piazza si crei un mezzo massacro, a quel punto interverranno per far vedere a tutti che sono decisivi, e continuare la loro parte nel paese e nelle istituzioni da posizioni di forza.
    Hanno provato a mandare la gente a casa, avrebbero risolto tutto in una manovra di palazzo, all’ombra, ma le gente vuole vedere.
    Se il popolo in piazza vince senza il loro intervento sarebbe un mezzo smacco per i generali, vogliono dimostrare di essere indispensabili e insostituibili.
    se quello che ho scritto è vero, resta da capire il prezzo, quanti cittadini inermi e indifesi dovranno morire?

    Rispondi

Lascia un commento