Di nuovo a piazza Tahrir, per la seconda puntata del piccolo diario virtuale.
“Domani vado per la prima volta a un seggio elettorale. E certo che sono emozionata”. Veletto a quadretti blu e nero, matita verde acqua che le segna la parte inferiore degli occhi, la studentessa di legge non mostra alcun timore nei confronti dell’idea di un seggio elettorale. Non ha votato a novembre, per le politiche. Vota invece domani per il referendum sugli emendamenti costituzionali preparati dal comitato ad hoc. Lo farà assieme ai suoi due amici, e colleghi di università. Non sono ragazzi di Tahrir. O almeno, non lo erano all’inizio. Facevano parte di quel settore dei giovani che non parlava di politica per paura, non si esponeva, rimaneva al suo posto, per così dire. “Poi la rivoluzione ha mostrato il livello di corruzione, ci ha fatto vedere le cose, e allora siamo venuti a Tahrir”.
Tahrir, dove ancora oggi i tre ragazzi sono, ma per discutere del referendum costituzionale, ha segnato la cesura della loro vita. Prima al futuro non ci si pensava, perché non si riusciva a vederlo. Ora è tutto un fiorire di progetti, nella propria testa. Libertà di sognare cosa si farà da grande, e cioè tra poco, quando prenderanno la laurea. Sono sicuri, vogliono la vita, e domani voteranno No. Contro gli emendamenti costituzionali, e soprattutto per una nuova costituzione. Sono un migliaio circa, nel primo pomeriggio di Tahrir, attorno a piccoli palchi messi sul limitare dei grandi marciapiedi della piazza, tra il vecchio ministero dell’interno e l’angolo dello stradone che porta verso il Museo Egizio. Ascoltano chi interviene sui palchi, chi spiega perché voteranno no, perché tutto il coté di carretti con tè, caffè, popcorn, koshari, patate dolci dà ristoro nella prima giornata calda, in attesa del vento del qamasin che arriverà a breve.
Hyde Park all’egiziana. Speakers’ corners sul limitare di un marciapiede, nel traffico che continua, regolato dai soldati mandati per la prima volta a fare vero ordine pubblico e a fare anche i vigili urbani. Un assaggio di quello che succede ovunque, dentro le pollerie e i fruttivendoli, nei bugigattoli che vendono dalle patatine alle ricariche telefoniche. Si parla di politica. Solo di politica, anche se alla televisione è tornato il calcio, e lo Ahly – una delle due squadre del Cairo – finalmente rigioca. Ma di calcio non si parla, e si parla di costituzione. A non finire. Tra sconosciuti, nei capannelli, al telefono, per le scale. Dal barbiere, ovviamente…
È una carezza, per la mente di noi occidentali che le abbiamo già viste tutte. E non ci ricordiamo neanche com’è far la politica per la strada. Se Tahrir non è più eroica, c’è una Tahrir più normale, più polverosa, e allo stesso tempo altrettanto importante. Per la prima volta, gli egiziani parlano dei seggi elettorali, dove andranno a votare, e dove non si recavano perché tanto le consultazioni erano truccate. E’ un giorno importante, domani. Comunque vada. Gli egiziani tornano a votare.
E i tre studenti della facoltà di legge lo sanno. Sanno –dicono – che il loro compito non è più avere paura. “E che il presidente è uno che viene eletto, non un Faraone”. Non avremo più paura. E quando diventerò vecchio, l’immagine che racconterò ai miei nipoti sarà quella dei martiri, dei ragazzi che sono morti a Tahrir, dicono quasi in coro gli studenti. Per i martiri, dicono, hanno il dovere di non aver più paura, e di rimanere sempre all’erta, perché non torni il regime.
E’ un buon inizio.
La foto è di Tahrir qualche settimana fa.
Scambio di battute tra due sconosciuti, sempre oggi pomeriggio a Tahrir.
“Io ho votato lo NDP, il partito dei Mubarak, a novembre, perché avevo paura che vincessero i Fratelli Musulmani”, dice la donna con i capelli a caschetti, e un paio di occhiali da sole Chanel.
“E io ho fatto il contrario, ho votato i Fratelli Musulmani perché non vincesse lo NDP”, dice il suo interlocutore.
Domando: “Ma nel migliore dei mondi possibili, quale partito votereste?”. I due, in coro: un partito liberale.
Conclusione. Divide et impera, questo era il motto di Mubarak

mi piace molto, questo è vero giornalismo web, che tocca mente e cuore
Tocca mente e cuore…e racconta la gente, le persone, che fanno i popoli! Alla faccia degli articoletti dei giornalettai di regime…..
Grazie Paola.