Piccola storia edificante

A mille ce n’è, nel mio cuore di fiabe da narrar”.

C’era una volta, all’ombra di un castello di arenaria, un paese colpito da un incantesimo: gli abitanti avevano perso la memoria del “senso di sé”, la memoria della propria piccola storia. Ma  un giorno il fantasma dell’Emiro decise che non si poteva andare avanti così. E cominciò a lavorare, nei vecchi Vicoli, perché la vita tornasse a soffiare….

Non riuscirò mai a scrivere favole. Troppo difficile, tramutare la realtà in cibo che possa essere digerito dai bambini (e dagli adulti) senza che faccia male. Ma il “c’era una volta…”, in questo caso, ci stava proprio bene. Perché la piccola storia edificante che vi voglio raccontare oggi – seppure non riguardi direttamente il mondo arabo di oggi – affonda le sue radici in una storia araba dimenticata e allo stesso tempo ancora presente.

Il ‘teatro’ della nostra storia è un paesone della campagna siciliana. Campagna per nulla brulla, secca e difficile. Campagna pettinata (si dovrebbe dire toscana?), fertile, curatissima. Le tracce di fasti antichi sono ancora lì, tutti, a raccontare – per esempio – della sapienza del costruire, della ricchezza di sale e volte, della durezza dello scontro tra nobili e contadini. Palazzi del notabilato, il corso ampio e ricco, il teatro voluto a fine Ottocento da un pugno di intellettuali. Sambuca di Sicilia è un luogo nascosto, appena dentro la costa tra Sciacca e Selinunte. Dimenticato, a favore di altri paesi che hanno saputo sfruttare altre potenzialità. Il ciclo dell’uva, il vino di qualità, che segna ormai da anni le stesse fattezze della campagna tra Menfi e la fondovalle per Palermo.

Eppure, quel luogo non era nascosto oltre mille anni fa, verso l’800 dC, quando venne fondata la rocca. A guardare il territorio attorno a Sambuca (l’antica, araba Zabut, dal nome dell’Emiro forse berbero – “lo Splendido” – che la fondò, nel farsi della conquista della Sicilia), se ne capisce tutta la sua importanza. Il porto di Sciacca, uno dei più importanti per il commercio verso Palermo, è a meno di trenta chilometri. La rocca di Sambuca non è altro che una collina – la prima – che controlla l’ingresso della vecchia strada che portava a Palermo. Il commercio dal mare verso la capitale della “Seconda Andalusia” andava controllato. Con fermezza.

Terremoto

Ora, di quel castello imponente, rimangono le fondamenta e le mura, attorno alla parte più alta del paese. Su quella fortezza, distrutta dall’ira popolare aizzata dai gesuiti, venne costruita una chiesa, la Matrice, malandata e imponente. Un gioiello di arenaria alla cui rinascita dovrebbe, semmai, contribuire l’Unesco. Le tracce arabe, però,  non si limitano al simbolo di una potenza guerriera. Sono tutte intorno alla fortezza e alla Matrice, nei vicoli dell’impianto urbanistico islamico che ancora esiste, nonostante le picconate del terremoto, dell’anodizzato, del piccolo abusivismo. I Vicoli Saraceni ci sono ancora, in tutto sette, e si intersecano l’uno all’altro sino ad arrivare a una chiesetta di fine Cinquecento, la Chiesa del Rosario, diventata nei secoli uno dei centri della vita del paese.

Su questa piccola storia locale, intrecciata con la vita (povera) di contadini e artigiani, con una presenza incredibilmente importante del PCI durata decenni, con l’occupazione delle terre e il riscatto dei contadini, piomba il terremoto. Il terribile terremoto del Belice del 15 gennaio 1968. Sambuca non ne risente come Gibellina, Salaparuta, Santa Margherita, Poggioreale. Ma i Vicoli vengono lo stesso abbandonati. Alle casette piccole dei Vicoli vengono preferite (lo avremmo fatto tutti…) le case nuove della piccola new town costruita a poca distanza. Case con un bagno, e finalmente con un bagno dignitoso. Con cucina e soggiorno. I Vicoli diventano una specie di cassetta di sicurezza. Una casetta da cedere, per averne una più grande, con gli aiuti messi in campo dopo il terremoto.

Storia ormai lontana, ma non del tutto finita. Fatto sta che i Vicoli si sono spopolati, le case sono rimaste da sole, e come si vede nei film, gli scuri delle casette talvolta sbattono col vento forte che soffia sulla rocca, mentre le erbacce crescono nelle rovine. Qualcuno, però, continua a viverci, nei vicoli. Qualcuno si è perfino avventurato a ricostruire. Qualcuno, da fuori, è persino arrivato a comprare, nei Vicoli. E il circolo virtuoso è partito: perché  i circoli virtuosi, nonostante la prostrazione dell’Italia di oggi, possono ancora ripartire. Tra le rovine dei vicoli, si comincia a vedere il bianco latte di nuovi prospetti. Curati, recuperati, ingentiliti. E con un doppio nome, siciliano e arabo, perché la Storia non si dimentichi. La Chiesa del Rosario – intanto – è stata riaperta, grazie a un nuovo parroco e alla buona volontà (parole antiche…) degli abitanti del quartiere saraceno e del paese.

Ramazze e candeggina

Chiesa rimasta chiusa per anni. Per venti anni, all’incirca. E poi, un giorno di gennaio del 2011, le donne dei Vicoli Saraceni, si affrettano attorno al Rosario. Era stata riaperta dal nuovo parroco, don Lillo, e ripulita alla bell’e meglio da un signore rumeno e da sua madre degli escrementi e degli scheletri di piccioni che per anni erano stati gli unici a entrare, dalle finestre rotte dall’usura del tempo e dai ladri che hanno portato via tele e arredi. Le donne, di tutte le età, hanno portato scope, candeggina, stracci. Tutto ciò che serve a pulire la chiesa costruita tra Cinque e Seicento, e tre navate. Eccetto che per il campanile, aggiunto nel secondo dopoguerra, la chiesa conserva intatto tutto il suo fascino di fine Cinquecento. Così come affascinante resta il sagrato, dove ancora resiste il mosaico di acciottolato bianco e nero voluto nel Settecento dai domenicani, che al centro hanno messo il loro stemma, un cane che porta tra le fauci una torcia. Per i sambucesi, la chiesetta del Rosario rappresenta i ricordi cari delle vite singole. I matrimoni, le comunioni, i riti che segnano l’esistenza di molti. E i tanti anni in cui la chiesa è rimasta serrata hanno rappresentato, per buona parte della popolazione, una ferita. Sanata, in un giorno di gennaio, da quella pattuglia di donne che scende a pulire il pavimento di marmo, a tirare giù i lampadari di Murano per lavarli, a portare fuori le vecchie panche.

Da allora, è tutto in discesa. L’estate porta caldo e idee. Il sagrato diventa un piccolo teatro. Sembra fatto apposta per ospitare, e allo stesso tempo per far uscire di casa gli abitanti dei Vicoli. Sagrato-pifferaio. Una sera, un pugno di ragazzi colloca (tante) sedie di plastica sull’acciottolato, sistema il proiettore, prova l’amplificazione, attacca un lenzuolo su un muro, oscura i faretti dell’illuminazione notturna. Parte la proiezione di un film, di quelli impegnati, difficili. Un pubblico impensabile, cento persone, si affolla a seguire una pellicola vecchia, sì, ma un piccolo capolavoro, che parla di Afghanistan, donne e povertà. Il risultato è impensabile.

L’incantesimo che aveva racchiuso come in un bozzolo i Vicoli si è rotto. Con la benedizione del fantasma dell’Emiro al Zabut. Da quel momento, è tutto in discesa. Proiezioni di film (per nulla di cassetta, anzi…), una piccola festa devozionale con pasta e macco di fave, le lasagne con la salsa preparate alla vecchia maniera, Falcone e la lotta alla mafia raccontate a un pubblico di oltre duecento persone, in una notte ventosa di fine agosto. A rompere un incantesimo non ci vuole molto. Buona volontà, allegria, e tante sedie di plastica bianca, comode, a trasformare un’estate, e a renderla  irripetibile.

Welcome to Zabut-estate 2011. Non ha fatto notizia, ma è stata bella. E i Vicoli, gli antichi Vicoli Saraceni, hanno riconquistato il loro posto nel paese. Dai Vicoli tutto era nato.

11 commenti su “Piccola storia edificante”

  1. Un grazie di vero cuore, leggere quanto è stato scritto è stato un muovere delle emozioni , per molti di noi tenute nascoste per poterci permettere di sopravvivere al dolore di averlo dovuto lasciare quel paese stupendo con una storia importante. Grazie di nuovo

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  2. Splendido omaggio al nostro paese il tuo racconto… Grazie da parte mia e da parte dei soci della Pro loco. Grazie perché con la tua passione e la tua perseveranza, hai dato, in questa favolosa estate 2011, tantissimi spunti di crescita per i sambucesi, e per noi della Pro loco, tua caotica vicina di casa – ahimè, per poco! -.
    Arrivederci alla tua prossima vacanza a Sambuca, affinchè ce ne possano essere non mille, ma diecimila, un milione di fiabe da narrar nel tuo cuore!

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  3. ho passato la mia infanzia a Sambuca e ne sono stato “marchiato”
    Proprio di recente mi è stato richiesto di scrivere una testimonianza per il libro W la Repubnlica
    mi permetto di inviarltela
    allora abbiamo in comune due cose: Sambuca e Fasana.
    quando ci vediamoa Fasana cerchiamoci!
    ciao aldo carra

    La Repubblica
    con gli occhi di un bambino
    di Aldo Eduardo Carra
    Estratto dal libro “W la Repubblica” edizioni Upter 2011
    Fuga dalla guerra
    Aldo non aveva ancora 5 anni. La casa a piano terra in cui abitava era vicina al porto. Nel palazzo di fronte c’era un locale seminterrato che era stato adibito a ricovero. Il papà era imbarcato come marinaio in una nave da guerra. Quando la sirena suonava, la mamma lo avvolgeva in una coperta insieme alla sorella più piccola e, gridando e piangendo per la paura, lo portava al ricovero. Aldo tremava, per il freddo e per la paura. Il suono della sirena, i boati dei bombardamenti, le grida, la gente in fuga avrebbero inciso profondamente sulla sua crescita.
    Qualche volta, anche se era giorno, il cielo si copriva e diventava buio.
    Non erano nuvole, ma palloni che sbucavano, all’improvviso tutti insieme, nel cielo. Era come se tutt’ad un tratto milioni di bambini avessero lanciato in aria milioni di palloncini, il cielo si copriva, non si poteva vedere oltre, ma anche gli aerei che stavano sopra non potevano vedere sotto. E, perciò, non potevano bombardare. Ma loro lo facevano lo stesso e facevano scoppiare i palloni gonfiati. I palloni prima, le case dopo .
    La mamma dopo gli ultimi bombardamenti aveva deciso. Non poteva restare lì, a Palermo, con tre bambini.
    A Sambuca di Sicilia, un paesino in collina dell’agrigentino c’era nonno Eduardo che faceva il postino.

    Sambuca di Sicilia, è fondata dagli Arabi intorno all’830, col nome di Zabut, qualche anno dopo il loro sbarco in Sicilia.
    Agli inizi del 20° secolo conservava un nome bilingue: Sambuca – Zabut, ma nel 1928 Mussolini cancellò Zabut ed aggiunse “…di Sicilia”.

    Il camion che li aveva trasportati era di quelli con la tettoia in tessuto e con due lunghe panche laterali, la gente tanta, i bambini seduti per terra, bagagli tra i bagagli.
    Si era fermato prima nei paesi vicini a fare scendere o raccogliere altra gente, poi a metà strada, in campagna. Le mamme avevano tirato fuori pezzi di pane ed avevano fatto colazione sull’erba.
    Quel viaggio che per gli adulti era una fuga disperata, per Aldo ed i suoi coetanei fu la prima gita. Non sapeva ancora che Zabut avrebbe segnato profondamente la sua vita.

    La liberazione

    A Sambuca dopo poco arrivarono gli americani. Tutti i paesani, e, soprattutto, i bambini, erano schierati sui marciapiedi per assistere alla sfilata liberatrice. La gente era veramente tanta ed entusiasta.

    I dirigenti comunisti locali costituiscono una delegazione cittadina e muovono incontro ai reparti americani avanzanti su Sambuca.

    Arrivarono su carri armati, lanciando caramelle e salutando. Alle caramelle, nei giorni successivi, seguirono scatolette di carne profumatissima, uno strano ed odoroso formaggio rosato a palla, latte in polvere ed in scatola. Sapori ed odori della liberazione indimenticabili!

    Il governo militare alleato cerca di assicurarsi il favore dei notabili e del clero.
    I comunisti pur diffidenti rimangono responsabili per evitare il caos. Ma a Sambuca vengono messi da parte e gli americani, seguendo i consigli del vescovo di Agrigento e dell’arciprete, reinsediano il podestà e i vecchi funzionari.

    Gli americani avevano cassette di ferro marrone -verde come valigie per i proiettili, pesantissime, ma comode: i pacchetti di sigarette, che tutta la famiglia comincerà a vendere per sopravvivere, vi si incastreranno perfettamente.
    I soldati si erano accampati in un magazzino davanti al cortile dove la mamma, le sorelle ed un’amica con i suoi figli, vivevano in una stanza con un soppalco.
    Il bagno era un buco nel pavimento. Sotto, una stanza-letamaio che ogni tanto veniva svuotata.
    Il padre, Vincenzo, era tornato una mattina, all’alba, dopo giorni di cammino a piedi nei campi, perché avevano detto che la guerra era finita.
    La prima cosa che aveva fatto era stata sbarbarsi. Per Aldo fu come se lo vedesse per la prima volta e quel rito – pennello, sapone, schiuma, rasoio – che si sarebbe ripetuto sempre, lo aveva incantato e glielo aveva fatto apparire come una persona importante. Con la fine della guerra ed il ritorno del papà sarebbe cominciata un’altra vita.

    La prima manifestazione

    Non era stato così prima. San Giuseppe era un giorno importante perché i nobili del paese offrivano il pane caldo ed a pranzo pasta e scarola che si mangiava in una lunga tavolata allestita nel cortile.

    Ma negli altri giorni la fame è nera. A Palermo una grande protesta finisce con 24 morti e 158 feriti. Comunisti e socialisti tentano di collegarsi con la Resistenza al Nord perché temono che l’autonomia possa essere usata solo per salvaguardare i latifondi. Girolamo Li Causi tiene un comizio a Villalba e parla ai contadini di feudi e mafia. Gli uomini del capomafia Vizzini cominciano a sparare. Li Causi resta ferito.

    Anche a Sambuca la disperazione esplose ed un giorno contadini e donne sfollate, con forconi e falci avevano assaltato, ed i bambini li seguivano, il comune e cercato di dare fuoco per chiedere da mangiare.
    Il corteo saliva nel corso principale dalla Cattedrale verso il Municipio. La disperazione si respirava nell’aria. Le donne “sfollate” da Palermo erano tante, tutte con bambini da mantenere, perché i mariti erano in guerra.
    La mamma, Maria, era una donna coraggiosa e combattiva.
    Le zie ed il nonno li aiutavano, ma la fame, la rabbia e la disperazione erano forti. Aldo si trovò in mezzo alla protesta, trascinato o ignaro protagonista, non capì e non ebbe paura, ma quella prima esperienza di lotta, fu il suo battesimo civile.
    Forse fu allora che l’indignazione contro le ingiustizie e le sofferenze divenne la religione di tutta la sua vita.
    Forse quella rivolta popolare fu anche all’origine del nome”Piccola Mosca”: così, infatti, dicevano gli autisti dei pullman che portavano da Palermo quando si arrivava a Sambuca.
    Ma, in realtà, i germi del comunismo e del socialismo, a Sambuca, covavano già sotto la cenere del fascismo.

    Di Sambuca è Tommaso Amodeo, segretario del partito socialista, massimalista, capo morale ed intellettuale del sovversivismo locale, confinato a Lipari dal fascismo, e “nominato”, col consenso di comunisti, socialisti e democristiani, primo sindaco di Sambuca subito dopo la liberazione, nel 1945.
    E durante il fascismo un gruppo di comunisti, composto prevalentemente da artigiani ed intellettuali-insegnanti, opera clandestinamente riunendosi nelle campagne, in luoghi comunicati all’ultimo minuto col passaparola, per leggere i testi sacri del comunismo, sognando la liberazione e preparando la classe dirigente del dopoguerra.

    Non a caso Sambuca fu, finita la guerra, il paese più comunista della Sicilia ed uno dei più “rossi” d’Italia e, quando ci furono le prime elezioni nel ’46, il primo sindaco, questa volta eletto, fu un muratore – Antonino Giacone – comunista.
    Vincenzo era felice: un operaio – come lui era stato a Palermo prima della guerra – diventava sindaco, dopo i podestà ed i nobili.
    Gli operai conquistavano il potere!
    Forse anche per questo divenne comunista, prima lui e poi anche il piccolo Aldo.

    Le due metà dell’Italia.

    Cominciava la libertà, cominciava la democrazia, cominciavano le elezioni, cominciavano le lotte.
    Le speranze covate adesso emergevano con prepotenza e chiedevano giustizia ed uguaglianza. La vivacità politica a Sambuca fu straordinaria.
    Ogni settimana tutto il paese si divideva in due cortei uno dei social – comunisti, bandiere rosse al vento, l’altro dei democristiani, prete e scudo crociato in testa.
    ll Partito Comunista ha difficoltà interne perché i vecchi militanti respingono la politica di unità nazionale. Ma, al di là delle divisioni interne, i comunisti compiono un grande lavoro di informazione e di educazione delle masse. I militanti si impegnano a fondo e per la campagna elettorale del 1947 e si affidano al «giornale parlato»: frasi brevi, musica, ironia e dialoghi in dialetto per un «giornale» diffuso dagli altoparlanti in tutte le province.
    In Italia nelle elezioni per scegliere tra Monarchia e Repubblica del 2 Giugno 1946 l’Italia si spacca in due (Monarchia 45,7%, Repubblica 54,3%), ma la Repubblica vince. A Sambuca stravince: Repubblica 3.909 voti, Monarchia 765.
    Nelle elezioni dello stesso giorno per l’assemblea Costituente, in Italia, le forze di sinistra ( Pci e Psiup) raggiungono il 39,7% e la DC raccoglie il 35,2%. A Sambuca risultato bulgaro: comunisti e socialisti 3.699 voti su 4.623 pari all’80%.
    Dopo questi risultati parte la campagna per condizionare le future elezioni minacciando l’intervento americano in caso di vittoria delle sinistre, che riscalda i due anni successivi.

    A Sambuca, in queste come nelle successive elezioni del 1948, tutti erano mobilitati ed anche Aldo, che “si era” iscritto ai giovani comunisti partecipava sempre.

    I “pionieri” raccolgono i bambini dai 7 ai 14 anni e portano al collo foulard rossi orlati del tricolore.
    Nella tessera di iscrizione sono indicati i loro doveri:
    – Essere ovunque, nella scuola, nella famiglia, con gli amici, sempre il migliore e di esempio
    – Essere l’amico di coloro che soffrono e lavorano
    – Essere giusto, leale, modesto
    – Avere fiducia nell’avvenire del proprio popolo e della Repubblica

    Quelle manifestazioni erano per Aldo occasioni importanti.
    Fu per questo che quella volta che i genitori non gli avevano fatto mettere i pantaloni nuovi, si distaccò da loro, vagabondò per conto suo e, piangente, strappò la tessera del partito.
    Primo gesto di dissenso politico della lunga serie che caratterizzerà la sua vita impegnata.
    Le manifestazioni non erano festose. Ad una, con un comizio tenuto da un balcone, la tensione era fortissima, si sentirono spari, la gente era terrorizzata, Aldo scappò.

    La sera del 10 marzo 1948 Placido Rizzotto viene assassinato dagli uomini di Liggio.

    Ma, poi, quando ci furono le elezioni, Aldo ritagliò da un giornale il simbolo di Garibaldi, lo incollò su un cartoncino, se lo appuntò al petto e fece la spola tra il padre che restava in piazza a vendere le sigarette e la Casa del popolo dove davano i risultati.
    Lo informava che si stava vincendo; così, perlomeno, dicevano i grandi, scambiando le loro speranze con la realtà.
    La DC prende il 48,5% dei voti, il Fronte di socialisti e comunisti il 31%.
    Quasi a rappresentare i due schieramenti politici la Casa del Popolo ed il Circolo dei Nobili erano una di fronte all’altra e, salendo lungo il Corso, naturalmente la prima era a sinistra ed il secondo a destra.
    Gli episodi di acquisto dei voti con pacchetti di pasta da 250 grammi o regalando una scarpa prima del voto e l’altra dopo solo in caso di vittoria non sono l’unica arma usata. Anche la Chiesa siciliana, guidata dall’arcivescovo di Palermo, scende in campo per fermare l’avanzata delle sinistre: prima si schiera a fianco della monarchia sabauda, poi sostiene compatta una Dc che imbarca le più retrive frange separatiste, usa come asso nella manica la scomunica.

    Tra mafia, separatismo e banditismo

    Nel tempo libero Aldo con gli altri ragazzini andava a giocare in piazza e nel Corso. La via principale, con una forte pendenza dal Belvedere all’ingresso del paese in basso, si prestava benissimo alle corse dei “carruzzuni”, auto autoprodotte con una tavola di legno e quattro cuscinetti a sfera come ruote. In piazza ogni tanto arrivava un tizio – il cantastorie – che piazzava dei tabelloni dipinti e colorati come i carretti siciliani e raccontava i fatti di cronaca più recenti illustrati.
    Questo telegiornale popolare affascinava i bambini, ma anche i grandi pronti a commuoversi quando c’erano fatti di cronaca nera e storie d’amore.
    Così era anche per “le gesta del bandito Giuliano” descritto come un eroe popolare che rubava il grano ai ricchi per darlo ai poveri e, per questo, inseguito e ricercato.

    I servizi segreti americani trattano con Lucky Luciano l’aiuto della mafia nella liberazione della Sicilia.
    I separatisti soffiano sul ribellismo di una popolazione educata a vedere in Roma l’origine di ogni sofferenza. Anche il Pci adopera il linguaggio autonomista mentre guida le lotte contadine per la riforma agraria.
    A Sambuca si verifica anche l’episodio di `politici’ divenuti `briganti’: incidono la falce e il martello sul calcio dei mitra e perseguono la liberazione dai mafiosi, dai ricchi, dallo Stato.
    Il banditismo di Salvatore Giuliano si sviluppa in questa complessa realtà. Ma svelerà il suo vero volto quando si metterà al servizio della mafia e della reazione compiendo la strage di Portella della Ginestra.

    La legalità e la paura

    Quando il padre andava a Palermo a fare il carico, Aldo stava in piazza da solo con una valigetta piccola piccola – quella americana di ferro era troppo pesante per un bambino gracile come lui – qualche pacchetto aperto, tanto le sigarette si vendevano sfuse, mezzi sigari già tagliati, bustine di giornale con trinciato dentro, mentine per dare il resto.
    Distingueva dal profumo le Camel dalle Philip Morris e lo affascinavano i compratori di sigari che li facevano scrocchiare uno ad uno avvicinandoli all’orecchio e, secondo il suono che facevano, sceglievano.
    Alcuni pagavano, altri lo avrebbero fatto a raccolto effettuato con fave, fagioli, ceci che non mancavano nella loro casa, se così si può chiamare la stanza divisa in due da una tenda nella quale vivevano in via Roma.

    Ma con la normalizzazione politica cominciavano a sentirsi gli effetti della nuova fase: la legalità della Repubblica.

    L’attività di contrabbando di sigarette era stata finora tollerata: a pochi metri dal posto dove il padre vendeva le sigarette c’era una tabaccheria. Tutto filava tranquillo forse perché, pensava Aldo, lì c’erano targhette smaltate con le scritte “Qui si vende chinino” oltreché “Non sputare per terra” e poi le sigarette americane dal tabaccaio non c’erano e se c’erano costavano troppo: li non le avrebbe comprate nessuno.

    Ma durò poco. E cominciarono gli arrivi da fuori della finanza per combattere il contrabbando
    Le sigarette si andavano a prendere a Palermo e quando il treno stava per arrivare alla piccolissima stazione, si gettavano i sacchi di iuta dal finestrino e si andavano a riprendere dopo essere scesi alla stazione facendo tanti viaggi con le valigette.
    In una di esse Vincenzo teneva i soldi e le sigarette quella notte, dopo essere stato la sera a vendere al “Circolo di Nobili” quando due persone gli puntarono la pistola addosso e gli portarono via tutto. A casa c’era solo Aldo, la madre e le sorelle stavano a Palermo.
    Vincenzo rincasò piangendo e quella notte, tra i soprassalti del papà che si svegliava gridando aiuto, le gocce di acqua piovana che penetravano dal soffitto cadendo sulla bacinella che venivano raccolte per lavarsi l’indomani e la paura che ogni rumore segnalasse un nuovo arrivo dei ladri, fu notte in bianco.
    E, non solo quella, perché il papà continuò a svegliarsi e gridare per molte notti ancora.
    Uno di quei giorni che Aldo stava solo in piazza, qualcuno gridò che stava arrivando la finanza.
    Aldo si ricordò di quel giorno che su un carretto carico di fieno erano andati a Menfi dove il padre doveva essere processato per contrabbando.
    Si vergognava a far fermare il carrettiere e si fece la pipì addosso. Ma era caldo. E paglia e pantaloni fecero in tempo ad asciugarsi.
    Mentre le lacrime della mamma che piangeva, temendo che il marito sarebbe rimasto in carcere, non si asciugavano mai. Allora prese la valigetta e scappò.
    All’altro estremo del paese, la stanza in cui avevano abitato era stata adibita a pollaio e nascondiglio. Ci arrivò trafelato e tremante, si girò e non vide più le guardie.
    Le aveva seminate! Ma era rimasto terrorizzato e tremante ed a tranquillizzarlo non era servita nemmeno la vicinanza della “gallina bianca”, la “sua” gallina che faceva le uova per lui e che ogni tanto tastava, infilando il dito, per sapere se il suo uovo, quel giorno, sarebbe arrivato.
    Poi la mamma gli disse che non lo avevano visto e non lo avevano inseguito.
    Alla paura ed al tremore si aggiunse la vergogna perché Aldo le aveva proprio sentite le guardie, le aveva sentite inseguirlo e continuò a sentirle per molte notti.
    Ma loro non potevano capirlo.
    Anche la madre e le sorelle vendevano sigarette, ma a casa in un tavolo davanti la porta che chiusero quando sentirono della finanza.
    Così, vendere sigarette diventò più difficile e quando si presentò un’occasione di lavoro, papà andò a lavorare per costruire la diga.
    Prese un tifo che lo portò vicino alla morte, ma grazie alla prima penicillina si salvò.
    Quei lavori furono preziosi. Nacque un lago, il Lago Arancio, bellissimo: il territorio, prima arido, diventò fiorente ed i suoi vini, oggi, sono conosciuti in tutto il mondo.

    Ritorno in città: una bocciatura di “classe”

    La Repubblica era appena nata e per Aldo cominciava una fase nuova e decisiva per la sua vita. L’inizio non fu certo facile. A scuola si leggeva in italiano, ma, come a casa, si parlava in dialetto. E, quando nel 48, Aldo fu mandato a Palermo dalla nonna e dallo zio, nella casa in cui era nato, per fare lì la prima media, fu un disastro.
    Fu bocciato, perché, disse l’insegnante, potesse recuperare i ritardi ed imparare la lingua italiana. Fu una tragedia familiare.
    Papà pianse e fece una lettura “di classe”: i figli dei poveri non conoscono l’Italiano e li bocciano per fargli fare gli operai.
    Operai come lui che a Palermo aveva ripreso la sua professione di restauratore di mobili, con la quale riusciva a stento a mantenere la famiglia.
    Ma operaio Aldo non doveva diventare e perciò doveva studiare, per affrancarsi.
    Un obiettivo collettivo, condiviso dalle sorelle che, invece di studiare dovettero fare le sartine.
    Una responsabilità grossa sulle sue piccole spalle. Non essere rimandato perché non avrebbe potuto permettersi di prendere ripetizioni, non essere bocciato per non essere ricacciato al destino di operaio, e dover fare tutto da solo perché a casa non c’erano né libri né sostegni: la più colta era la madre che aveva finito le elementari e se ne faceva un vanto quando litigava col padre per rimarcare che lei veniva da una classe sociale superiore.
    Una responsabilità pesante, ma una sfida. Uno zio, attore teatrale, gli regalò alcuni numeri di “Sipario” per cominciare a leggere; la Biblioteca Americana vicino casa dava i libri in prestito e da Steinbeck a Pearl Buck prima e, da grande, da Samuelson a Galbraith dopo, si dipanò così la grande scuola solitaria di Aldo.
    Da allora sempre promosso, sempre appena appena con la sufficienza, ma sempre promosso.
    Un risultato comunque importante considerando la mancanza di aiuti e un ambiente familiare in cui le uniche letture potevano essere quelle di fotoromanzi come Grand Hotel.

    Nel segno di Zabut

    Poteva questa precoce ed intensa esperienza di vita, non portare ad un impegno politico e sociale?
    Nel 56, quando papà, dopo aver pianto alle prime notizie dell’invasione dell’Ungheria, andò nella sezione del PCI e tornò ripetendo che i russi erano dovuti intervenire per salvare il comunismo, Aldo diventò socialista.
    E, quando, dando ripetizione, guadagnò i primi soldi, comprò Feuerbah, Engels, Labriola e tutto Shakespeare, naturalmente usati ed in edizioni economiche.
    I primi libri compagni silenziosi e preziosi delle notti di Aldo, spesso insonni per l’asma che lo torturava, dovuta alle condizioni malsane dell’abitazione-laboratorio.
    La possibilità di iscriversi a Geologia – era stato trovato il petrolio in Sicilia ed i giovani sognarono un futuro di riscatto – fu scartata perché era obbligatoria la presenza.
    Ed Aldo adesso doveva pensare a lavorare, quindi scelse Economia e Commercio.
    Negli anni sessanta, l’economia cresceva, ma il lavoro, se stavi fuori dal circuito della DC e dalla rete di sostegni della mafia, no.
    E per questo, nel 61 quando, dopo ben 13 concorsi, Aldo vinse quello all’Istat a Roma, fu riscatto e fu rottura.
    Rottura con Palermo che lo aveva costretto ad emigrare, si, perché così si sentiva chi allora veniva a vivere in una pensione alla stazione perchè doveva mantenere la mamma e pagare i debiti contratti nel lungo periodo di malattia del padre morto il giorno prima che arrivasse la notizia del concorso vinto. Un immigrato che, se soffriva di insonnia, trovava un neurologo della struttura sanitaria pubblica che gli diceva che, essendo siciliano ed avendo le sopracciglia folte, era portato alla violenza e perciò gli prescrisse psicofarmaci.
    Rottura con gli amici di Palermo, che nessuna colpa avevano, ai quali non volle più scrivere e che non volle incontrare.
    Rottura con la città, visitata solo per andare a trovare la mamma e le sorelle, e dalla quale scappava dopo due giorni perché non poteva più tollerare la rassegnazione atavica che adesso percepiva chiaramente come terreno di coltura della mafia.
    Rottura anche con i vincoli del passato.
    Se aveva dovuto studiare per non diventare operaio, adesso che era diventato impiegato di concetto ed aveva il “posto sicuro” agognato, poteva trascurare gli studi universitari anche se mancavano solo tre esami alla laurea e pure preparati e non fatti perché non ebbe, trovato il lavoro, il permesso di tornare a Palermo per farli (a quei tempi alcuni diritti non c’erano ancora).
    Rottura, però, anche con la sopportazione, con il subire.

    E voglia di riscatto, riscatto per sé, ma insieme agli altri.

    E così, dopo pochi mesi, si trovò in mezzo alle lotte sindacali e politiche e da lì ricominciò una nuova fase, un’altra della sua vita nella quale piano piano, timidezza e paure verranno ricacciati indietro dalla volontà di riscatto, dalla rabbia compressa che esplodeva.

    Una fase straordinaria e travagliata che lo vede entrare nel sindacato e poi tornare al lavoro, diventare dirigente confederale regionale e poi ancora tornare al lavoro, cambiare lavoro e vita ad un’età avanzata in cui molti coetanei decidevano di andare in pensione e “godersi” la vita.

    Anni complessi e ricchi di esperienze, di entusiasmi e sogni, di illusioni sui quali ci sarebbe da scrivere un libro intero.
    Ma questa storia sarebbe comune a tanti che l’hanno vissuta e fatta, con le conquiste e le sconfitte, che conosciamo.

    Senza dubbio una storia segnata profondamente dall’esperienza dell’infanzia a Sambuca, da quel “male oscuro” che sembra aver contagiato tante persone che vi hanno vissuto e che poi hanno avuto percorsi di vita diversi.

    Quel bambino che ha visto nascere la Repubblica, oggi marcia verso i 74 anni, scrive libri di economia, articoli e saggi ed un grande giornalista – recensendo il suo ultimo libro – ha parlato di “scrittura leggera,elegante e precisa”: ne è passato di tempo da quando quel ragazzo non sapeva parlare italiano e fu bocciato perché non sapeva scrivere in italiano!
    Un tempo non facile, ma ricco, lungo il quale un piccolo contrabbandiere di sigarette ha potuto prendere l’ascensore sociale e salire fino ai piani medio alti della società.

    La Repubblica è stata anche questo!

    Quell’ascensore oggi sembra aver chiuso le porte le porte e l’unico modo per entrarvi appare ad alcuni quello di travestirsi da calciatori, veline o poltronisti.

    E’ colpa dei giovani?

    Quella generazione che ha costruito la Repubblica e l’ha fatta vivere ha prodotto e distribuito un certo benessere. Così si è oggettivamente ridotta la componente materiale di disagio che alimentava rabbia, protesta, sentimenti forti.

    L’emancipazione oggi può essere ancora quella?
    Forse no.
    Forse, diciamocela tutta, serve un’altra classe politica adeguata a questa nuova fase e capace di rinvigorire quella Repubblica nata 70 anni fa.

    Forse non serve solo un ascensore sociale per salire, ma anche pianerottoli ampi, spazi aperti sui quali soffermarsi per allargare gli orizzonti, una dimensione orizzontale, una maggiore attenzione alla qualità, alle relazioni sociali ed interpersonali, alle esigenze di giustizia, alla solidarietà con i deboli del mondo.

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  4. da sambucese sono colpita ed emozionata dal racconto di Aldo Carra che ricorda le parole di mio padre,consigliere comunale comunista nell’immediato dopoguerra e i racconti di mia madre,giovanissima comunista con il fazzoletto rosso.
    Mi piacerebbe poterne riparlare a Sambuca con Aldo Carra che da questo blog invito calorosamente a Sambuca.
    Antonella Maggio

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  5. Sono stata a Sambuca un paio d’anni fa. Ho girato per i vicoli saraceni, la chiesa ovviamente era ancora chiusa. Mi fa piacere che ci sia questo nuovo fermento. E spero di tornarci a respirare quell’aria calda, accogliente…
    Sara Natuzzi – Treviso

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  6. Pingback: Viva la gente «
  7. La “Piccola storia edificante” è scritta molto, molto bene.
    L’autrice è una valente professionista della penna, e si vede.
    E’ emozionante anche per questo, come lo sono, in genere, le cose belle.
    Trasuda amore. Un vero innamoramento, con i rischi di tutti gli innamoramenti che normalmente includono elementi di caducità.
    Mi auguro, in questo caso, si tratti di un innamoramento privo dei suddetti elementi.

    Bravissima Paola, anche per le conoscenze di storia locale che hai in tempi brevi acquisito.
    Rosario Amodeo

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  8. L’incantevolezza adorabile della “Casa del Ciuciulio” risvegliata da un lungo incantisimo da un “dream team” che ha saputo vedere e credere nel gioello nascosto. Bravissimi Signora Paola e Mr Cacioppo!

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  9. Dovremmo essere riconoscenti al fantasma dell’emiro………………….ma a lambire i vicoli saraceni c’è la via Fantasma che nella tradizione sambucese è “la fantasima”,forse la moglie o una delle mogli dell’ emiro…………….e ,sempre secondo la …tradizione è la fantasima che non ha mai lasciato quei luoghi e che ciclicamente si fa viva anche per indurre i parroci del quartiere alla sospensione………. a divinis………….forse sul parroco di che trattasi avrà agito con altri sentimenti ……..ma comunque stiano le cose c’è da complimentarsi con Paola Caridi autrice della storia surreale che nella fantasia coglie una più profonda realtà e complimenti anche ad Aldo che ci racconta una storia vera che ci fa molto pensare…..

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