È tutto decisamente il contrario dell’invisibilità araba. È tutto fin troppo visibile. O meglio, fin troppo simile all’enorme cliché americano. Tanto che – ancora oggi – la prima sensazione è quella di navigare dentro un film. Persino gli enormi campi coltivati a mais, nell’Ohio, fanno spingere alla mente bottoni simili a logo: pannocchie, Tom Sawyer, ogm, magari Monsanto, la lobby degli agricoltori. In una parola: popcorn.
È che il paesaggio è proprio quello: l’enormità delle distanze, i campi puntellati qua e là da qualche fattoria. I silos, le grandi macchine agricole, e quel sistema tipico della coltivazione estensiva, quel lungo, lunghissimo braccio pieno di diffusori. Tutto congiura perché lo stereotipo resista come realtà, senza dubbi, senza alcun dubbio. E la riflessione – malinconica – è che una domanda sul “è vero questo cliché oppure no?” non rientra tra la questioni possibili. È popcorn e basta.
Riflessioni da viaggio in macchina per l’America. Riflessioni, però, che non si dimenticano del Medio oriente. E proprio sulla segnaletica stradale. Perché d’impatto la prima impressione, appena fuori da un aeroporto o su una delle interstatali, è “siamo in Israele”. I grandi cartelli verdi che indicano destinazioni, svincoli e chilometraggio, persino la larghezza (o il modello che la sottende) delle corsie autostradali. E poi l’uso smodato della bandiera nazionale. Viene subito in mente un libretto di Tom Segev, Elvis in Jerusalem, sull’americanizzazione di Israele. O forse anche “Golda in Washington”, mi hanno fatto notare, invece, alcuni intellettuali nella capitale americana. Il legame, tra Stati Uniti e Israele, passa di certo anche per via imitativa, per cartellonistica, stili di guida, cambi automatici, macchinone monovolume per famiglie numerose, persino paesaggi agricoli. Che questo significhi, di per sé, che Tel Aviv non è Medio Oriente, è una conclusione a dir poco azzardata. Peraltro falsa, come invece qualcuno continua ad asserire, anche in Italia.
L’America del popcorn, comunque, è paesaggio sì istruttivo, ma monotono, lungo, quasi estenuante. Sino a che, di colpo, non appaiono colline e boschi e foreste. E una strana città che sembra Stoccarda. Divenuta famosa non tanto per uno dei suoi figli illustri, Andy Warhol, a cui la città ha dedicato un piccolo e vibrante museo con tanto di Campbell soup. Quanto perché il neo sindaco di Roma Ignazio Marino ci ha studiato. Città dell’eccellenza sanitaria americana, Pittsburgh non nasconde i suoi ospedali, cliniche universitarie, laboratori, alberghi per pazienti e familiari. Come Cleveland, peraltro. Due esempi di una riconversione sorprendente, da città della prima e seconda industrializzazione a poli sanitari di eccellenza, per pazienti di tutto il mondo.
Una sorpresa, non c’è che dire, che si sposa con il passato delle prime colonie americane. Ville, casette, un amore mai sconfitto per la vecchia Inghilterra. Shadyside, il sobborgo di Oakland, le casette sulle colline, prati curatissimi, fiori, abitazioni di legno e scale esterne in ghisa. Si possono vedere ancora le Piccole Donne, magari nella timidezza delle studentesse che si guadagnano da vivere nei locali e nelle sale da tè. Stereotipi che si rincorrono, senza sosta. Come per dire: la nostra educazione di italiani di mezza età è come un panino da fastfood, di quei fastfood di cui si capisce necessità e importanza (non gastronomica, ma logistica) solo quando si percorrono oltre mille chilometri in macchina. Un panino in cui ci hanno messo di tutto, da Lassie a Piccole Donne, da ER (George Cloney potrebbe comparire dietro qualsiasi scala della metropolitana, a Chicago) a Happy Days, da Una donna in carriera alla serie infinita di pellicole sulla periferia americana, case mobili comprese e cimiteri compresi.
Ora, però, è arrivata Michelle Obama a cambiare lo stereotipo che si confonde con la realtà. E a mettere veramente a dieta gli americani. Ma tutto questo, alla prossima puntata del diario americano.