“…l’isola felice, o presunta tale, del Malha Mall è pur sempre un’isola. Uno spazio conchiuso, al di fuori del quale si muove la città vera. Sopra il grande magazzino c’è
il vecchio villaggio palestinese di Maliha, ora zona residenziale israeliana. Villaggio di cui resta traccia nel vecchio minareto scalato da Umm Adnan, quand’era bambina.
Di fronte al mall, appena al di là dello stradone, c’è invece un luogo che rappresenta il contrario della contaminazione del consumismo. Lo stadio di calcio di Gerusalemme, intitolato a Teddy Kollek, uno spazio divenuto col passare degli anni il simbolo del razzismo. Il razzismo di una parte – quella che urla di più – dei tifosi del Beitar Yerushalaim, la storica squadra israeliana di Gerusalemme.
Gli ultras della squadra, nella primavera del 2012, hanno fatto il loro primo, “piccolo” raid nel mall di Malcha, prendendo di mira i palestinesi che ci lavorano o ne sono
clienti. È bastato poco. Stadio e mall si trovano esattamente uno di fronte all’altro. E gli ultras del Beitar Yerushalaim sono noti non solo per un razzismo generico, ma per la sua spiccata colorazione antiaraba. Nessun giocatore palestinese è mai entrato nella squadra del Beitar, mentre palestinesi giocano nelle altre squadre, dal Maccabi Haifa al Beit Sakhnin, solo per citare gli esempi più noti. Non tutti i tifosi del Beitar, che secondo le stime ammonterebbero a un milione di persone in tutta Israele, sono – beninteso – razzisti, ma è un fatto che nel corso dei decenni la tifoseria sia stata appaiata, talvolta sovrapposta, al razzismo antiarabo. Perché la stessa storia della squadra è tutta dentro la destra del panorama sionista, sin da prima della nascita dello Stato di Israele. Il Beitar era il team espressione del movimento giovanile del revisionismo di Zeev Jabotinski, opposto all’altra squadra di Gerusalemme, lo Hapoel, figlia dello storico sindacato socialista dello Histadrut.
Prima del 1991, il Beitar Yerushalaim non giocava al Teddy Kollek Stadium, che ancora non era stato costruito. Giocava all’Ymca, il centro sportivo e culturale costruito
proprio di fronte all’Hotel King David, espressione ancora oggi di una città condivisa dalle tre comunità religiose che assieme giocano a basket, vanno in piscina e frequentanoanche il piccolo asilo. L’Ymca era ed è un luogo a parte. Per molti decenni ha avuto impianti sportivi di tutto riguardo, compresa la pista di atletica e un campo di calcio in terra battuta. Gli impianti all’esterno del singolare edificio sono stati distrutti nel 2006, per costruire un residence di lusso in uno dei luoghi più ambiti dal punto di vista immobiliare della Gerusalemme Ovest.
La propensione verso la destra del Beitar Yerushalaim e dei suoi tifosi, comunque, non si è mai persa, nel corso dei decenni: a cominciare dalla partecipazione di molti dei giocatori del Beitar a gruppi armati clandestini come l’Irgun, sino al fatto che molti dei tifosi, nella prima fase della costruzione di Israele, erano elettori del partito Herut e, poi, del Likud. Da anni, anzi, il nocciolo duro del tifo per il Beitar è nella comunità dei mizrahim, gli israeliani che provengono dai paesi arabi, il punto di forza nella seconda metà degli anni settanta della vittoria del Likud. Il dato più interessante, però, riguarda l’idea che gli ultras del Beitar Yerushalaim hanno della città e della questione identitaria.
“Gerusalemme è vista nel suo complesso. La capitale ebraica di uno stato ebraico. Nessun tifoso del Beitar potrebbe mai sostenere che la città deve essere divisa,” risponde James Montague, giornalista, esperto del calcio mediorientale e di ciò che, attraverso il calcio, mostra i tratti più popolari e profondi della politica e delle dinamiche sociali. “Il modo migliore di analizzare questo aspetto è guardarlo attraverso gli occhi della gente che è stata vicina al club. Ehud Olmert, Ariel Sharon, Benjamin Netanyahu hanno tutti lavorato per il club o ne sono stati tifosi,” prosegue Montague, autore di As Friday Comes. Football in the War Zone. “La stessa proprietà del club è passata nelle mani di compratori stranieri per i quali investire a Gerusalemme è un dovere religioso e politico.” È il caso dell’ultimo proprietario, Arcadi Gaydamak, il discusso tycoon di origini russe. Non è una coincidenza che la decisione di acquistare il club sia avvenuta in concomitanza con la candidatura a sindaco della città nelle elezioni municipali. La rottura della tregua non scritta del Malha Mall da parte degli ultras del Beitar Yerushalaim indica, però, anche altro, di non detto. Indica una identità che vive e prolifica, come spesso capita in molte altre parti del mondo, sull’antitesi. Sul noi opposto al loro, nel più classico e codificato degli atteggiamenti razzisti. Noi e loro, sempre separati da una barriera più o meno visibile a seconda dei casi. Una barriera che, in alcuni casi, nasconde anche la
storia del conflitto.”
Da “Gerusalemme senza Dio” (Feltrinelli 2013). Perché quello che succede – e che continua a succedere – a Gerusalemme, non è successo a sorpresa. Il razzismo antiarabo è presente da anni, ne sono stata testimone più che diretta. Avevo scritto, e in colpevole ritardo, un altro post sul Beitar Yerushalaim nel gennaio del 2013.
Limitare il razzismo a una questione di calcio e di ultras, però, vorrebbe dire coprire le responsabilità singole e culturali con un bell’alibi, largo proprio perché diffuso oltre i confini di Israele/Palestina. La questione va ben oltre, e si annida nel fatto che Gerusalemme è una città ostaggio del mondo, su cui il mondo dovrebbe poggiare il proprio sguardo compassionevole, e non trattarla come una moneta di scambio, un mito, un oggetto del desiderio. Sono contenta – se posso usare un termine come questo, in giorni così tristi e tragici – che Gad Lerner abbia ricordato nel suo articolo, appunto, il Beitar Yerushalaim e la sua storia politica.
