Da un giorno all’altro, dalla notte al giorno, Ramallah – e soprattutto Betlemme – si svegliarono con degli strani ‘disegni’ sui muri dei palazzi e sulle case. ‘Disegni’, o meglio, graffiti e stencil sorprendenti in quanto surreali. Al centro, il conflitto. Sia come tema. Sia per il luogo, il Muro di separazione che Israele ha iniziato a costruire in Cisgiordania. 9 metri di pannelli di cemento armato in Cisgiordania, per una barriera lunga 700 chilometri. In Cisgiordania e non a Gaza. Li aveva prodotti in tempo brevissimo, in Cisgiordania, il grande e inimitabile Banksy. Il re (ignoto) dei graffiti. Era il 2005, e tre anni dopo Banksy avrebbe raccontato graffiti e Muro di separazione in Cisgiordania in uno splendido libro che mi comprai proprio a Londra, Wall and Pieces.
Andammo – noi giornalisti – a chiedere alla gente di Betlemme cosa ne pensassero di quella colomba con il giubbotto antiproiettile, e un bersaglio rosso come fosse il target in un poligono di tiro. Una colomba enorme, sul muro accanto a un negozio di souvenir. A Betlemme, e non sul Muro di cemento armato a Gaza. O dei due asini legati per la cosa che si tirano reciprocamente per liberarsi l’uno dell’altro. Andammo a Betlemme, a chiedere dei graffiti di Banksy, nel 2005. E non a Gaza, dove pure c’è un Muro alto, di cemento armato, a Erez e non solo.
Ieri leggo sul Corriere Sociale che il Muro di Gaza si starebbe riempiendo di graffiti. Di “colore”, scrive Francesco Barresi. Cito [sic!]: “A Gaza la bellezza resiste e si fa scudo lungo i muri, con una “galleria” di arte di strada, la street-art che non ti aspetti proprio in un territorio insanguinato dalla guerra. Un’arte che “lotta” contro i conflitti usandola bellezza. Questa l’idea di Banksy, Blu, Hugh Leeman , Swoom e altri artisti internazionali che hanno pitturato i muri di confine tra i due paesi. Così “armati” di vernice e pennello, protestano contro gli orrori della guerra dipingendo i muri che separano i territori in lotta. Come succedeva con il muro di Berlino, l’evento ritorna a Gaza e si fa spazio, conquistando la città assediata per dire no alla guerra”.
Dove li ha visti, i graffiti sul Muro di Gaza fatti da Banksy? Se fosse andato a Gaza avrebbe visto i graffiti, molti con l’iconografia del martirio e della guerra, che riempiono (riempivano?) i muri lungo i marciapiedi polverosi di Gaza City. Oppure il murale sul grande muro della scuola di Deir El Balah, quella accanto all’ospedale Al Aqsa bombardato dall’aviazione israeliana pochissimi giorni fa. Non certo sul Muro di cemento armato che si attraversa quando si entra a Erez, il valico a nord. A Gaza non ci si può avvicinare al Muro di cemento, perché gli israeliani hanno sparato per anni su chi si avventurava vicino al confine. Compresi i contadini che Vittorio Arrigoni accompagnava a raccogliere prezzemolo. I cimiteri di Gaza ospitano molti morti per il Muro.
I graffiti sono sul Muro di separazione, ma in Cisgiordania. Lato palestinese, non lato israeliano. Denunciano il Muro. Non normalizzano. Non pacificano. Denunciano. Come ha fatto Rogers Waters, come hanno fatto tanti altri che sul muro hanno scritto, armati di bombolette spray. Muro di Betlemme, lo stesso su cui Papa Francesco ha pregato, accanto alla scritta Free Palestine, ‘scritta’ a spray dai writers palestinesi.
No, questo non è giornalismo. Non c’è alcun colore a Gaza. C’è il grigio del cemento armato e il rosso del sangue, e il grigio delle colonne di fumo che si alzano dopo i cannoneggiamenti o le bombe lanciate dagli F16. Spero che il Corriere Sociale tolga al più presto quell’articolo che chi veramente è andato a Gaza e Betlemme e Ramallah sa essere falso. E spero che lo faccia per rispetto dei suoi inviati e degli altri inviati che hanno consumato le suole.
Spero lo faccia per i giornalisti, per i nostri colleghi che stanno rischiando la vita da due settimane dentro Gaza, salvando la nostra faccia e il nostro onore e il senso del nostro mestiere. Anzitutto, per amore della verità e dell’essere umano. Che lo faccia per Michele Giorgio, per Ben Wedeman, per Lucia Goracci, per Peter Beaumont, per tutti coloro che sono là dentro, per Safwat Kahlout e la schiera di giornalisti palestinesi di Gaza che stanno anche stavolta pagando con la vita la loro testimonianza. Testimoni coraggiosi. Testimoni che hanno mostrato il massacro in corso a Gaza in queste due settimane. Uomini e donne che hanno, stavolta, mostrato ciò che fu vietato a noi di mostrare nell’Operazione Piombo Fuso, perché gli israeliani impedirono ai giornalisti di entrare a Gaza. I giornalisti sono dentro Gaza come furono dentro l’assedio di Sarajevo: mostrano la realtà di questa carneficina.
L’ufficio stampa del governo israeliano, oggi, ha comunicato la seguente notizia ai giornalisti che sono a Gaza: “Entry/exit for journalists to/from Gaza “has been postponed until further notice”.
Welcome to Hell!
La foto è stata postata su Twitter dal dottor Bassel Abuwarda, uno dei medici dell’ospedale Shifa di Gaza City. L’ospedale che sta curando le migliaia di feriti e raccogliendo nel suo obitorio le centinaia di cadaveri. Gli oltre 600 morti e gli oltre 4mila feriti.

risposto a Barresi.
La Grande Bellezza di Gaza?
22.07 | 21:12
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Leggo e rileggo l’articolo di Barresi e non riesco a trovarci neppure una sillaba che riconduca la vicenda odierna di Gaza ad una qualsiasi bellezza, neppure quella artistica della street art che sebbene ammirevole e di denuncia non ce la fa a pennellare di peace and love questo territorio massacrato.
Gaza è underattack vero, e nessun missile terra aria sfiorerà anche solo un centimetro di quell’orrendo muro di cemento, l’intelligence israeliana centra ospedali, case, cimiteri ma risparmia quel muro e la sua arte.
Non è di questa bellezza che vorrei leggere oggi a proposito di Gaza, anche tenendo conto che comunque la maggior parte dei capolavori artistici citati si trovano a Betlemme e non a Gaza.
Mi pare leggero e fuorviante concentrarsi sulla bellezza di un disegno quando tutto attorno è pennellato di sangue, bile, vomito e ben altro.
Scusi la mia franchezza ma l’articolo mi irrita, perchè è così ben confezionato che verrebbe voglia di andare con due bombolette spray a Gaza a fare un disegnino e fotografarlo.
No, a Gaza c’è un altro film adesso e di quello vale la pena scrivere.
La street art sul muro è storia vecchia , è roba per turisti.
E’ oltre il muro che varrebbe la pena di fotografare.
E di raccontare.
Con rispetto, Laura Binello
Corriere Sociale, dopo le opportune verifiche occorse a seguito delle diverse segnalazioni giunte da alcuni lettori in merito all’articolo comparso quest’oggi dal titolo “Contro la guerra la striscia di Gaza si colora di pace con i graffiti”, ha ritenuto opportuno rimuovere il medesimo poiché riportava erroneamente foto scattate in Cisgiordania associandole al muro della striscia di Gaza. Ci scusiamo con i lettori per l’accaduto.
Grazie, per questa precisazione e per questa decisione. Non è a cuor leggero che ho scritto il mio post sui graffiti, ma credo sia giusto e doveroso – in questi momenti così tragici – cercare di descrivere la realtà nel miglior modo possibile. Fa parte essenziale dei nostri doveri. Ed è fondamentale per cercare di consolidare una credibilità, quella di noi giornalisti, messa in discussione da molte parti. Talvolta a ragione. Che questo confronto serva a un serio, serissimo dibattito interno alla categoria, che stiamo rinviando da troppo tempo. Cordialmente, Paola Caridi
Gentile Dottoressa Caridi, a proposito di inesattezze riportate da giornalisti (in buona fede?), in questi giorni se ne sentono tante. Oggi nei TG della Rai – Rai News e Rai 3 – è stato detto a proposito della signora sudanese condannata a morte e per fortuna liberata: “Al suo matrimonio aveva indossato l’abito da sposa di colore bianco come le spose cristiane”. Io vivo a Luxor da tredici anni e tutte le spose musulmane indossano l’abito bianco lungo con il velo come noi. L’unica differenza è che le spose musulmane lo prendono in affitto ma è di tulle o di raso bianco come il nostro in Italia. Non sarebbe meglio informarsi prima di dire cose non vere?
Con grande stima cordiali saluti.