Binh Duong e la vecchia strategia

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No, non scrivo oggi di Gaza e della strage degli innocenti palestinesi in corso da oltre tre settimane. Lascio la parola ad Amira Hass e a Gideon Levy, a Michele Giorgio e Ayman Mohieldin, a Ben Wedeman e ai colleghi del Guardian. Ai grandi giornalisti che sono dentro la Striscia di Gaza, professionisti di vaglia, e agli osservatori che sono attorno a Gaza, testimoni spesso inascoltati perché molto competenti. In questi giorni, ho usato moltissimo i social network per collazionare le informazioni più serie che arrivano dalla Striscia di Gaza e mostrare una realtà – quella causata dagli estesi bombardamenti israeliani – terribile, inaccettabile, scandalosa, troppo spesso sottaciuta dalla stampa mainstream. Preferisco dare voce a chi so conoscere bene la realtà sul terreno in questo modo, attraverso Facebook e Twitter, perché so che in questo massacro di civili i social network sono veramente importanti per far arrivare le notizie accantonate su e da altri media.

Scrivo oggi, invece, di un dettaglio che mi ha fatto riflettere. È successo dall’altra parte dell’Atlantico, negli Stati Uniti, attore altrettanto importante di questo inaccettabile attacco militare portato da Israele su Gaza. È successo esattamente a New York, il 29 luglio. Durante una protesta contro l’attacco israeliano a Gaza, il politologo Norman Finkelstein, americano di fede ebraica, è stato arrestato assieme a un’altra ventina di persone. Tra loro, alcuni veterani di guerra. Non delle ultime guerre condotte dagli Stati Uniti, in Iraq o Afghanistan. Vietnam War Veterans, recitava la scritta su una delle magliette dei manifestanti. Reduci dal Vietnam, la guerra-archetipo della politica internazionale statunitense.

Dettagli? Non esattamente. Perché una delle questioni nodali, nell’attacco militare israeliano a Gaza nella sua edizione 2014, è la percezione. La percezione delle opinioni pubbliche, bersagliate spesso da informazioni limitate, in cui si è molto attenti a che le vittime siano tutte vittime, se possibile senza mettere accanto “israeliani” o “palestinesi”. Un tutto indistinto della cattiveria ontologica della guerra, in cui le responsabilità – nella percezione – siano però estremamente bilanciate. Vittime di qua, e vittime di là. Vittime senza nome, di là, dentro Gaza, dove i bombardamenti hanno già provocato il numero di morti dell’Operazione Piombo Fuso del 2008-2009. E vittime (feriti, scioccati dalle sirene) di cui conosciamo anche i volti e i luoghi, in Israele.

Torniamo, però, alla manifestazione di New York, e a quei dettagli. Vietnam, la guerra che mise l’un contro l’altro i politici e i militari, su un fronte, e la società civile, sull’altro lato della barricata. Per quale ragione dei veterani della guerra del Vietnam manifestano perché finisca il massacro dei civili palestinesi a Gaza? Anzitutto, perché gli Stati Uniti – con la loro strenua posizione di sostegno pieno a Israele – sono parte in causa. E questo sostegno, che sembra talvolta cieco, sta suscitando critiche sempre più diffuse non solo da parte degli attivisti, ma anche dentro l’informazione televisiva che conta (vedi le reazioni di anchorman e giornalisti in crescendo) e – in modo sorprendente – tra gli artisti e gli attori americani.

C’è, però, altro. Ci sono sapori crudi e insopportabili che tornano probabilmente in gola ai veterani.

“Durante la guerra, quando un bombardamento […] ridusse a un cumulo di macerie un capoluogo di provincia […], rimase famoso il commento di un ufficiale […] che lo giustificò così: ‘dovevamo distruggere la città se volevamo salvarla’. […] mossi dalle più nobili intenzioni, fecero letteralmente a pezzi il tessuto sociale […].”

Ai puntini di sospensione, nel brano di un classico dell’argomento, il volume di Stanley Karnow, bisogna sostituire, nell’ordine: ‘americano’, ‘del Vietnam del Sud’, ‘americano’, ‘gli Stati Uniti’, ‘del Vietnam del Sud’. Sia chiaro, mai fare paragoni storici: una regola che, da storica io stessa, ho sempre seguito, contestando apertamente chi fa paragoni infelici e stupidi per il Medio Oriente con il nostro tristissimo Novecento europeo. In questo caso, il richiamo al Vietnam è di tipo diverso. Parla di percezione dell’opinione pubblica, e soprattutto di strategia militare e politica seguita dagli Stati Uniti e, per alcuni versi, da Israele, oggi. Sembra con poca fantasia, a dire il vero.

Ancora Karnow, sulla strategia americana contro il Vietcong dopo il 1965.

“L’afflusso dei profughi nelle città fu in molti casi deliberatamente favorito dagli strateghi americani che calcolarono che questa “urbanizzazione forzata” avrebbe privato i nordvietnamiti e il Vietcong dell’appoggio dei contadini e sarebbe stata ostacolata in dal modo la loro capacità di mantenere le loro posizioni nelle campagne. Anche Westmoreland era di questo avviso, come pure Robert Kromer, suo delegato civile incaricato della ‘pacificazione’; questi si diceva convinto che il ‘processo di disgregazione’ del nemico sarebbe stato accelerato dal restringimento della sua ‘base popolare’. La teoria venne ambiziosamente messa in pratica all’inizio del 1967, allorché tredicimila soldati americani lanciarono l’operazione “Cedar Falls” nella provincia di Binh Duong, una roccaforte comunista, vicina al confine con la Cambogia a nord di Saigon. Aerei americani ne bombardarono i villaggi, distrussero i campi di riso e le foreste circostanti con sostanze erbicide prima che la fanteria, appoggiata da carri armati e bulldozer, vi penetrasse allo scopo di distruggere la rete nemica di bunker e tunnel, di cui aveva notizia. Il risultato di questo rastrellamento fu l’esodo di circa settemila abitanti del luogo”.

La guerra contemporanea, dalla seconda guerra mondiale in poi, ha le sue regole tragiche, divenute ormai classiche. Bombardamenti a tappeto, altro che mirati! Bombardamenti aerei perché poi la fanteria e gli incursori possano avere meno difficoltà. E meno perdite, che sull’opinione pubblica pesano. E poi bisogna spezzare le reni al nemico, e tagliare la base di sostegno popolare a suon di bombe…

Il richiamo al Vietnam, però, non l’ho fatto solo per dire che la strategia militare non può fare da supplente alla carenza di strategia politica. Né perché Israele non può pensare – con estrema miopia – a una soluzione negoziata con i palestinesi portata sui fusti dei cannoni o a bordo degli F16. Ho fatto il richiamo al Vietnam perché le vittime palestinesi, i loro volti, il loro numero, la loro ‘catastrofe’, stanno cambiando una lettura del conflitto che risente della propaganda sulla guerra giusta e giustificata. Le immagini, le testimonianze, i bambini palestinesi ammazzati sulla spiaggia, dentro casa, dentro una scuola dell’Unrwa scuotono le coscienze. E mettono Israele, e gli Stati Uniti, sotto la luce dei riflettori in una maniera diversa, rispetto a quella che impera sull’informazione mainstream.

La questione delle violazioni delle convenzioni internazionali, dei crimini di guerra sembrava settimane fa relegata alla nicchia dell’attivismo. Ora è arrivata all’ONU, attraverso gli stessi funzionari delle Nazioni Unite. Non è per nulla sorprendente.

La foto ritrae le distruzioni del quartiere di Shujayye, a Gaza City. Non c’è bisogno di ulteriori commenti, sull’estensione dei bombardamenti su abitazioni civili. Il commento sonoro dice già molto: Riders on the Storms, i Doors.

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