Michela malcelava il suo sguardo furbo, e quel sorriso appena accennato che era come un segnale in chiaro alle persone che più l’attraevano. “Devi solo sorridere e pagare”, mi ripeteva ogni volta che m’incontrava. Dal panettiere. All’angolo del lungo viale ampio che portava al nulla del quartiere popolare. All’imbrunire. Sempre con l’immancabile borsa lisa, di quelle rigide in voga negli anni Cinquanta, unica eredità della sua mamma che l’aveva lasciata troppo presto. Sola, preda di quella smania di girare e di non fermarsi mai, col suo corpo sgraziato e la sua mente troppo singolare e unica per essere compresa.
Talvolta, Michela aveva l’urgenza di cercare un oggetto nella borsa, la borsa che era stata di sua madre. E allora lasciava a metà i suoi pensieri ad alta voce. Li lasciava in pace, i suoi pensieri, a riposarsi un po’. Non ti guardava più, abbassava la testa e nervosamente faceva scattare l’apertura di metallo, anch’essa vittima del tempo. Affondava la mano, mentre reggeva con attenzione una delle due finiture di metallo, il manico appoggiato sul braccio. Tirava fuori un portachiavi senza chiavi, un santino, un souvenir vintage quanto la borsa, oppure un regalino di quelli che le davano le suore che la accudivano. La accudivano a distanza per permettere a Michela di conservare quella parvenza di autonomia e libertà.
Michela era colei che si sarebbe detta un tempo la “scema del villaggio”. Il suo sguardo innocente poteva dire tutto, a chiunque, e a fare la differenza non erano le frasi di Michela che spesso arrivavano come coltelli nella carne. A fare la differenza erano le risposte dei suoi bersagli, la capacità di chi le stava di fronte di mettersi in gioco e fare scoprire il proprio animo dalla pazza. Michela la pazza. Oppure, più frequentemente, Michela della Borsa. Michela e il suo passato che in pochissimi conoscevano, e che lei si portava sempre appresso, appeso al braccio, dentro una borsa lisa e rigida. Il fatto è che le sue parole all’apparenza senza nesso con la cronaca, con la realtà contingente, erano invero lo specchio dell’anima di chi le stava di fronte. Non era raro che qualcuno, svelati da Michela i sentimenti più ascosi, arrossisse. Apparentemente senza alcun motivo, le ragioni di quell’improvviso imbarazzo, invece, c’erano tutte.
“Sorridi e paga”, dice Michela.
Devo pagare il fio, e sorridere lo stesso. Essere contenta della penitenza.
Mi è stato chiesto, dagli amici del Festivaletteratura, di rispondere a una domanda difficilissima: “come si fa a riconoscere una storia?”
Ho scritto qualche riga, per tentare di spiegare la ricetta per riconoscere una storia di quelle che incuriosiscono il lettore a tal punto da tenerlo attaccato alla pagina di un giornale. La ricetta non la so, e credo anche che siano in pochi a conoscerla. E allora ho pensato che fosse il caso di scriverlo, il frammento di una storia. Una storia che nasce vera, ma che vera non è. Una storia in bilico, di confine, tra la realtà e la narrazione. Una storia che è solo cominciata e che, per ora, non conduce da nessuna parte.