
Un presidente regolarmente eletto viene arrestato e processato per essere scappato di prigione durante una rivoluzione. Viene condannato, per la precisione, alla pena capitale, da un tribunale penale del regime che ha dimissionato e arrestato il presidente. La sentenza, subito dopo, viene inviata alla massima autorità religiosa nazionale perché la convalidi o esprima un parere contrario: il tribunale civile, dunque, non carica su se stesso del tutto la responsabilità di condannare in via definitiva il presidente detronizzato dalle forze armate, e demanda all’autorita religiosa [sic!] la decisione ultima. L’autorità religiosa supera, dunque, quella civile, in un regime che ama definirsi riformatore. Anzi, il campione della riforma.
Ho lasciato volutamente confusa, ambigua, la posizione geografica del Paese in questione. Indefinita la fede in cui credono sia l’imputato sia le autorità giudiziarie. Perché i diritti umani e civili sono uguali ad ogni latitudine. Che si tratti dell’Italia o, come in questo caso, dell’Egitto. A quanto sembra però, qui da noi in Italia, vi è una interpretazione quanto meno sui generis dei diritti. E soprattutto della dignità delle persone. A corrente alternata. A seconda del palato.
Per i diritti si va in piazza a seconda della latitudine a cui appartiene l’individuo. La pena di morte si contesta in Iran e in Cina, meno se il Paese che (ancora, ahimè) la commina è un alleato stretto. E che dire poi di un dibattito politico, di una transizione democratica, di una costituzione che andrebbe dibattuta e approvata da tutte le anime politiche di un Paese? Sacrosanto diritto in terra europea. Altrove, invece, meglio che vi siano i quisling di oggi, quelli che ci assicurano una (chissà quanto longeva e lungimirante) stabilità politica, economica, energetica.
Esemplificativo il caso del condannato a morte Mohammed Morsi, presidente egiziano eletto e poi detronizzato dalle forze armate dopo il coup del 3 luglio 2013. Condannato, appunto, per essere scappato di prigione alla fine di gennaio del 2011. Quando, per inciso, la polizia del regime di Hosni Mubarak sparava sui ragazzi di piazza Tahrir, salvati (anche) dagli ultras delle squadre di calcio del Cairo. Quegli stessi ultras che, sempre in questi giorni, sono stati bollati da un altro tribunale egiziano come terroristi.
Morsi, dirigente dei Fratelli Musulmani egiziani, viene condannato a morte da un tribunale penale, emanazione del potere giudiziario e di uno Stato di diritto. Ma la sua sentenza viene mandata dallo stesso tribunale al mufti, la più alta autorità religiosa a livello nazionale. Sharia in vigore? Ma il regime di Abdel Fattah al Sisi non rappresenta il campione dell’islam riformato, quello che dovrebbe in un certo senso lasciare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio?
Il devoto e fervente Morsi, dunque, sarà giudicato alla fine da un’autorità religiosa, il cui parere – in sostanza – dovrebbe tutelare l’autorità giudiziaria civile dagli attacchi dell’islam politico. Almeno dal punto di vista formale. E con il caso del presidente detronizzato, ci sono quelli dell’intero vertice conservatore dei Fratelli Musulmani. Il regime di Mubarak li aveva messi in galera, e ora si trovano tutti condannati per lo stesso reato di fuga. Scappati dalla prigione in piena rivoluzione, con tutto l’apparato di violenze collegate alla fuga, proprio quando nel Paese le forze di sicurezza stavano compiendo violenze di pari livello, e spesso più gravi. L’accusa non è dunque di non essere stati capaci di rispettare il mandato degli elettori, di aver occupato il potere, di aver attentato all’equilibrio dei poteri, di non aver creato la concertazione necessaria alla transizione democratica. Colpe, in un certo senso, ben più gravi. No, condannati a morte per essere scappati di galera in piena rivoluzione.
La linea del regime di Abdel Fattah al Sisi si conferma. Come successe in epoca nasseriana, l’obiettivo è il contenimento dei Fratelli Musulmani, attraverso l’ennesima, dura ondata di repressione della storia repubblicana egiziana.
Se poi, nella rete, cadono persone del tutto diverse da Morsi, Badie, Mahmoud Ezzat, Essam El Arian, non ha importanza. Se a essere condannato a morte in contumacia è Emad Shahin, studioso notissimo negli Stati Uniti, docente in alcune tra le più prestigiose università americane, non è rilevante, per il nostro palato così attento alla difesa dei diritti umani e civili. Se i conduttori di talkshow più indipendenti vengono estromessi dalla tv (il caso più recente è quello di Reem Maged) ciò non lede la nostra idea di libertà di espressione, la stessa per cui si è scesi in piazza a Parigi. Né ha importanza che nelle carceri egiziane continuino a essere detenuti gli esponenti della meglio gioventù (laica) egiziana, la cui epopea a Tahrir ha fatto esplodere in gridolini di assenso i salotti buoni dell’intellighentsjia europea.
Così, per la condanna di Morsi, condanna alla pena di morte che noi esecriamo e contro la quale spegniamo le luci dei monumenti più importante, si tace. Anzi, mi correggo. Tutto sommato, quella condanna alla pena di morte viene usata per dire che, sì, in fondo è meglio non tutelare qualche diritto e tutelare la stabilità geopolitica. Perché, diciamolo, gli arabi non sono ancora preparati alla democrazia. Ci sono popoli e popoli, cervelli e cervelli, culture e culture…
Sono giorni, mesi e anni che mi sento fare trattatelli di eugenetica travestiti da atteggiamenti realistici. Eugenetica travestita da Realpolitik, dunque della peggior specie, perché non ha neanche il coraggio di esprimersi. Gli arabi, e soprattutto gli arabi di fede musulmana, non sarebbero preparati alla democrazia. E dunque necessitano del loro quisling quotidiano, del loro bombardamento quotidiano, della loro quotidiana decapitazione capitale (sancita dalla legge). L’esecrazione è confinata solo alle gesta dell’Isis. Solo alle devastazioni, alle decapitazioni, alle violazioni, alle distruzioni di beni artistici per mano dell’Isis. Se a decapitare (a Ryadh) e a distruggere (in Yemen attraverso i bombardamenti sauditi) è qualcun altro, poco male, nel caso sia nostro fedele alleato.
Dall’altra parte del Mediterraneo ci guardano, ci leggono, ci giudicano. Osservano la nostra ignoranza e i nostri doppi standard. E non capiscono perché Palmira sia più importante di un sito storico in Yemen. Perché Aleppo valga meno di Ramadi. Perché una decapitazione a Ryadh non faccia scalpore quanto una su una spiaggia di Libia. Queste domande me le faccio anch’io, che non vivo dall’altra parte del Mediterraneo.
Qui, di seguito, a mo’ di esempio, è la dichiarazione del professor Emad Shahin. Se volete sapere chi è, e perché fior di studiosi si sono schierati con lui, bastava cercare un po’ su google. A Georgetown ci è andato anche lui, ma come visiting professor.
statement by Prof. Emad Shahin on his death sentence
May 16, 2015
In another travesty of justice, an Egyptian court today issued a mass death sentence against more than 120 defendants in two cases known as the “Grand Espionage” and “Prisons Break.” I was falsely charged in the first case and I received the death sentence pending referral to the mufti. I repeat my absolute rejection of the charges against me and note that I am hardly the only victim of injustice in this case. Furthermore, I condemn the sham trials engulfing Egypt since July 2013 where wholesale death sentences on flimsy or no evidence have been the mark of the current military regime.
In fact, these sentences are yet another manifestation of the deeply troubling way the Egyptian judiciary has been used as a tool to settle political disagreements by the harshest and most repressive means possible. Due process, regard for evidence, and minimum standard of justice have been tossed aside in favor of draconian injustice. Ironically, two defendants sentenced to death today had already been dead and one has been in prison for the past 19 years. Amnesty International, Human Rights Watch, and many other human rights organizations have condemned the way the Egyptian Judiciary has been used to settle political scores.
The military-backed regime has been targeting peaceful opponents, young protesters, students, journalists and academics. It is currently seeking to reconstitute the security state and intimidate all opponents. For over two years, the army and security agencies have staged a counter-revolution against all those associated with January 25th Revolution, combatting the aspirations of Egyptians for building a free and democratic society. Agencies that are supposed to serve the people are instead oppressing them.
As an independent academic and scholar, I will continue to uphold and defend democratic values, human rights and national reconciliation. These are the exact values that Egypt at the moment to chart a peaceful course in the future. I believe this is the essence of why I was targeted and what my case is all about.
Emad Shahin, Ph.D.
Professor of Public Policy, The American University in Cairo
Visiting Professor, School of Foreign Service, Georgetown University
Distinguished Visiting Scholar, Columbia University (2014-2015)
Public Policy Scholar, Woodrow Wilson International Center for Scholars (2014)
Henry R. Luce Associate Professor, University of Notre Dame (2009-2012)
Visiting Associate Professor, Harvard University (2006-2009)
Faculty Affiliate, Kennedy School of Government, Harvard University, Belfer Center (2007-2008)
Editor in Chief, The Oxford Encyclopedia of Islam and Politics
Member of the Academic Advisory Board, Center for Christian-Muslim Understanding, Georgetown University
Member of the Editorial Advisory Board, Oxford Research Directions (Since 2011)
Advisory editor, The Oxford Encyclopedia of the Islamic World (Oxford University Press, 2009)
Member of the Academic Board, Al-Hadara Center, Cairo, Egypt
Member of Alexandria Library Scientific Board for the Production of “Selections of Modern Islamic Heritage” (Since 2012)
Foreign Reference Member, University of Oslo (since 2007)
Member of the World Economic Forum’s Global Agenda Council (2008)