È una stanza. Per meglio dire, è una prigione. Per me Abramo, da oltre dieci anni, è una prigione. Non riesco, cioè, a disgiungere il dato esperienziale dal mito e, per chi crede, dalla fede. Abramo, nella mia esperienza, è la sua tomba nel grande complesso sacro a Hebron per gli ebrei e per gli israeliani ebrei, e ad Al Khalil per i musulmani e per i palestinesi musulmani.
Una tomba rinchiusa in una stanza ottagonale piena di finestre e di grate in ferro. Per renderle meno dure, le grate in ferro sono state dipinte di verde acceso. Abramo è racchiuso in quella stanza ottagonale, piena di finestre, ed è appoggiandosi a quelle finestre con le grate in ferro che è possibile avere almeno un contatto visivo con il cenotafio di Abramo. Il patriarca lo possono vedere i musulmani, che alla stanza di affacciano dalla grande moschea Ibrahimi, la più importante di Palestina dopo il complesso di moschee a Gerusalemme, lo Haram al Sharif, la moschea di Al Aqsa e la Cupola della Roccia. E Abramo lo possono vedere i fedeli ebrei, nella porzione della Tomba dei Patriarchi a loro riservata.
Nei miei anni a Gerusalemme, la tomba di Abramo imprigionata in una stanza ottagonale su cui si affacciano tutti per vederla, riverirla, pregarla è sempre stata per me il simbolo del conflitto. Quella spaccatura, peraltro, è una precisa cesura storica che ho dovuto studiare per le mie ricerche di carattere storico-politico: era il 25 febbraio 1994 quando un colono israeliano radicale, Baruch Goldstein, entrò nella moschea Ibrahimi all’alba di un giorno di Ramadan, e scaricò il suo mitra sui fedeli musulmani in preghiera. Ne uccise 29, ne ferì oltre cento. Fu ucciso a sua volta, in quello che può essere considerato il primo suicidio politico della storia recente di un conflitto ultrasecolare. Il legame a un’altra figura biblica mitizzata (Sansone) fu subito evidente.
Due anni dopo, e cioè praticamente 20 anni fa, la comunità internazionale raggiunse un accordo per spaccare la Tomba dei Patriarchi. Non per unire, ma per spaccare. Hebron è diventato da allora un paradigma negativo e pericolosissimo: oggi Gerusalemme sta vivendo la sua hebronizzazione.
Abramo non è dunque oggi il simbolo dell’unione delle fedi monoteiste attorno alla figura del patriarca che aveva distrutto gli idoli e l’idolatria. No, per me Abramo, almeno simbolicamente, ha sempre rappresentato la smania di possesso degli uomini. Ognuno, in Israele e Palestina, e dunque nella ‘sezione politica’ del conflitto, ha tentato di appropriarsi dei segni della fede. Ivi compresa la tomba di Abramo.
È per questa ragione che in Cafè Jerusalem, il mio testo teatrale su Gerusalemme, che sarà rappresentato in Puglia alla fine di dicembre, Abramo c’è. Ma in absentia. Viene citato assieme a tutti gli altri profeti. Profeti che gli uomini di oggi – uomini, non donne – provano a far rivivere in maniera prosaica, profanandone dunque la dimensione tutta spirituale che è propria dell’essere profeti. Sono i finti profeti di Gerusalemme che sulle sacre pietre della città pregano, vivono, bestemmiano, piangono, pisciano. Abramo è citato in absentia perché la sua figura, assieme a quella degli altri profeti, viene abusata nel sonderweg di Gerusalemme. La città è solo santa, la città è solo tre volte santa, nella vulgata imperante, nella narrazione scritta dai forti. E in questo suo essere formalmente “santa” mette da canto la sua dignità terrena: il suo archetipo e il suo mito coprono di conseguenza la vita, la giornata, la sacralità dei suoi abitanti.
Ma tu, Gerusalemme, la vali la vita dei nostri figli? È una domanda cruciale, per me, che non a caso faccio dire a una donna, Nura, in rappresentanza di tutte le madri che anche in questi giorni assistono impotenti al sacrificio dei propri figli.
Questa differenza tra madre e padre, che ho sperimentato spesso nella mia vita a Gerusalemme, svela la diversa, radicale, rilevanza che la vita di un figlio ha in una visione non formale dell’esistenza e della dignità delle persone. Non perché io consideri meno dilaniante e pieno il dolore di un padre, e dunque anche il suo amore. Ne faccio, nella mia esperienza, una questione di sopravvivenza della specie che si è incistata nel nostro dna di donne.
Capisco Sara, dunque, e il suo j’accuse ad Abramo. Capisco la mia Nura, simbolo dello stuolo di madri disperate che ho visto nei miei dieci anni a Gerusalemme. E nello stesso tempo mi dispiace per Abramo, che pure ha inciso così tanto nella nostra formazione di europei, di mediorientali, di occidentali e orientali. L’idea che il destino collettivo, che la sorte di una comunità vada oltre il destino e la sorte di un individuo è, a suo modo, una triste conquista. L’idea del sacrificio per il bene comune è un’idea altrettanto forte. Abramo però – e ancor di più oggi a Gerusalemme, a Hebron/Khalil, a Nablus – è il segno di quella gestione patriarcale della realtà, della politica, della storia che sacrifica i propri figli.
Li manda a morire.
Non c’è, in questa storia, un padre che sacrifica la sua vita in nome del futuro, cioè di suo figlio. C’è un figlio costretto a morire per un padre anziano, alla fine della sua esistenza. Sacrificio inconsapevole, nel caso della tradizione ebraica e cristiana. Sacrificio, al contrario, del tutto consapevole nella tradizione musulmana, scritta nella sura 37 del Corano.
Figli morti, sacrificati, invalidi. Ma tu Gerusalemme, lo vali tutto questo dolore? La vali la vita dei nostri figli? Non è solo la domanda di una madre che difende la sopravvivenza della specie, in maniera del tutto materialistica. È una domanda che concentra tutto il suo sguardo dolente su un figlio per molti invisibile e senza peso, come lo sono i ragazzi di cui conosciamo poco vita e aspirazioni. Di cui, in questi giorni a Gerusalemme e a Hebron/Al Khalil, dove Abramo è sepolto e giace confinato, non sappiamo neanche i volti, le giornate, e il modo in cui sono morti e sono stati uccisi.
Io sto con Isacco e Ismaele. Lontana, lontanissima ormai da Abramo.
Ho parlato di Isacco e Ismaele, e anche un po’ di Abramo, a Teatro Kismet di Bari, in una lunga e piacevole conversazione giovedì 29 ottobre. La conversazione in teatro era intitolata “Siamo tutti figli di Abramo?”, dialogo a più voci coordinato dallo scrittore Nicola Lagioia, presidente onorario dei Teatri di Bari, con l’autore del testo teatrale su Abramo Ermanno Bencivenga e con Vito Bianchi, Paola Bolsi, Don Giulio Meiattini, Onofrio Pagone, Giorgio Taffon, e me.
La conversazione è stata una introduzione allo spettacolo Abramo, produzione del Teatro Kismet, regia (grande regia) di Teresa Ludovico nella parte di Sara, assieme ad Augusto Masiello nella parte di Abramo. E poi: Christian Di Domenico, Michele Altamura, Gabriele Paolocá, Domenico Inveri. Efficace spazio scenico e luci di Vincent Longuemare. Commento: bellissimo spettacolo. Ma proprio bello!
L’immagine fa parte della collezione Eric Matson, conservata alla Library of Congress di Washington. E’ una foto del cenotafio di Abramo all’interno della Moschea Ibrahimi/Tomba dei Patriarchi

Grazie, perché mi fai comprendere con parole semplici e vive la vita delle popolazioni.