Se Sheherazade è l’intellettuale, e Shahryar è l’odalisca

Ho ritrovato nell’archivio di invisiblearabs questo ‘divertimento’ che avevo scritto nel gennaio del 2013. Era proprio brava, la nostra Fatima Mernissi

 

È come le ciliegie. Una catena infinita di citazioni, rinvii, ispirazioni, pensieri. E la serena consapevolezza che di lei si sa così poco…. Basta (ri)aprire, dopo anni, un testo divertente e fondamentale come L’harem e l’Occidente (Giunti editore) di Fatema Mernissi, per ritrovarsi nei panni dell’impaurito, tragico, violento Shahriyar, ammaliato da Sheherazade che per tre anni, ogni notte, usa la parola per salvare se stessa, il mondo, e la possibilità di amare.
Se, poi, a fare da colonna sonora c’è la Shehrazade di Nikolai Andreevic Rimsky Korsakov, ecco che il testo della Mernissi dà il meglio di sé, soprattutto quando spiega – oh, come la spiega bene – l’abilità tutta occidentale nel cogliere, delle Mille e Una Notte, solo il messaggio superficiale e più grossolano. Lo stereotipo dell’odalisca, della sensualità delle donne arabe, che si specchia nel suo opposto, il velo sacro che copre e rende informe il corpo tanto quanto il velo della danza proibita lo fa intravedere e dunque lo esalta. In fondo, è ancora una volta il genio di Renèe Magritte a sintetizzare quanto gli opposti si tengano nella rappresentazione orientalistica della donna araba. Nel suo Sheherazade del 1950, velo, perle, labbra appesantite dal rossetto, occhi ammalianti e la totale assenza del corpo dicono che, per l’orientalismo, la donna orientale non esiste. Ne esiste solo ciò di cui è il simbolo: della sensualità (in contrasto con i tanti puritanesimi occidentali), del sesso proibito nelle segrete stanze, o se si vuole di una donna che non fa domande.
È evidente quanto tutto ciò sia distante da quello che Sheherazade è, da oltre mille anni. La Mernissi lo riassume nell’uso che Sheherazade, donna, fa della lingua usata per scrivere un testo sacro come il Corano. L’arabo diventa – attraverso i sommessi racconti notturni della principessa a Shahryar – la lingua dell’immaginazione, della fiction. E la fiction, attraverso lo sdoganamento imposto dall’uso di uno strumento (linguistico) così imponente, non può non essere credibile. Addirittura divenire, in sostanza, il canone culturale per eccellenza.
Sintesi: mentre noi (italiani, europei) aspiriamo alla redenzione, e seguiamo il percorso del nostro amato Dante dalla perdizione dell’Inferno alla salvezza (senza sesso) del Paradiso, a oriente la parola (in arabo) non solo salva la vita di Sheherazade, ma fa trionfare l’amore…. Mi sembra più divertente il secondo canone, e non perché potrebbe sembrare, ma solo superficialmente, il più trasgressivo.
Continuiamo con  L’Harem e l’Occidente di Fatema Mernissi (a dire il vero, mi piqce di più il titolo in inglese, Sheherazade goes West), mentre la colonna sonora è cambiata. Finito l’ascolto di un classico come Rimsky Korsakov, non solo un classico-classico, ma anche un classico della lettura orientalista. Ora sono scesa a sud, e sono passata a lei, la Stella d’Oriente, la Umm Kulthoum di Alf Leyla, una delle sue interpretazioni più belle, in cui la richiesta dell’amante (Sheherazade? non credo…) non è che vi siano mille notti, mille e una notte. La richiesta dell’appassionata Umm Kulthoum è che il sole torni a sorgere, sì, ma solo dopo un anno, e che quell’unica notte sia infinita. Allora, voce a Fatema Mernissi, sociologa, marocchina, conosciuta da noi (anche tra le donne) forse un po’ troppo per quella felicissima e riuscitissima accusa all’Occidente di essere sotto il ricatto della “taglia 42”, piuttosto che per altri, molto più raffinati j’accuse.
“Sì, perché la lingua araba è lo strumento dei sacri testi del mondo islamico, dal momento che è la lingua del Corano. Mettere le novelle per iscritto equivaleva a conferire a queste una credibilità ‘accademica’ scandalosamente pericolosa.” E Sheherazade, portatrice di una carica filosofica evidente, si chiedeva già nella Baghdad del IX secolo “perché si deve obbedire a una legge ingiusta? Solo perché l’hanno scritta gli uomini? Se la Verità è così evidente, perché l’Immaginazione e la Fiction non sono autorizzate a fiorire?”
“Il miracolo in Oriente è che proprio questa eccessiva pensosità di Sheherazade, assieme ai suoi più ampi interessi politici e filosofici, la rende strepitosamente attraente. E il solo modo per Shahryar di assicurarsi che lei sia tutta sua, è di fare l’amore con lei. Accarezzare abilmente sua moglie è la sola possibilità, per Shahryar, di farle dimenticare ogni altra cosa per qualche ora ed essere confuso con il mondo. Per sedurre una donna intelligente preoccupata del mondo, l’uomo deve diventare maestro di arti erotiche”.
Beh, ribaltare lo stereotipo dell’odalisca in questo modo, tanto da mostrare Shahryar costretto a usare le armi erotiche verso l’intellettuale Sheherazade è uno dei grandi meriti di Fatema Mernissi… Questo scambio, in cui Shahryar sembra odalisca, non ha alcun legame con i Balletti Russi sul l’opera di Rimsky Korsakov. Anche se, a prima vista, il maschio Nijinski che interpreta un ruolo femminile sembra proprio dire questo. Ancora la Mernissi chiarisce, invece, che quella supposta inversione di ruoli volgarizza Sheherazade, le toglie lo scettro della parola e le lascia solo la sensualità.

Nota bene: il I gennaio ha una sua intrinseca bellezza. Puoi leggere ciò che ti pare, ascoltare la musica che ti aggrada, senza dover essere produttivo

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