Ho ritrovato negli archivi un articolo che avevo pubblicato su “Diario della Settimana” 14 anni fa. Era il 2002, e vivevo in Egitto. L’articolo era dedicato ai due miti egiziani, Umm Kulthoum e Gamal Abdel Nasser, nel 50esimo anniversario della Rivoluzione dei Giovani Ufficiali. Ora, anno domini 2016, è Al Atlal (Le Rovine), uno dei brani più famosi di Umm Kulthoum, a compiere proprio in questo giugno difficile cinquant’anni. Mezzo secolo.
Ho conosciuto veramente Umm Kulthoum nel 2000, grazie alla mia amica Alda che, appunto, mi ha regalato un suo cd. “Al Atlal”, appunto. Ed è stata subito passione. A dir la verità, di lei avevo letto pochi anni prima, attraverso il testo di Selim Nassib (Ti ho amata per la tua voce, E/O) che mi un’altra meravigliosa amica, Marta Petricioli, mi aveva fatto conoscere.
Sono in ottima compagnia, ovviamente, nella mia passione per la Stella d’Oriente. L’ultimo – e bellissimo – ricordo di Umm Kulthoum è quello raccontato da Suad Amiry su Repubblica, il 28 giugno. Nel rendere omaggio alla Signora della musica araba, Suad Amiry riesce come sempre a dare dignità alla storia degli arabi, aprendo la porta delle loro case, accompagnandoci nell’intimità dei ritmi familiari.
Poi, magari presto, vi racconto la mia, di Umm Kulthoum. E’ una piccola ossessione, neanche tanto nascosta. Come gli stencil che, sui muri di Beirut o del Cairo, hanno fatto diventare Umm Kulthoum un’icona che attraversa le generazioni.
““Dammi la mia libertà, libera le mie mani!”, dice una delle sue canzoni più famose, Al-Atlal. Per alcuni, quei versi cantati per la prima volta nel 1966 dalla grande Umm Kulthoum si rivolgevano contro le misure repressive adottate all’interno del paese da Gamal Abdel Nasser, padre della repubblica egiziana. Per altri, quel grido di libertà avrebbe rappresentato – appena un anno dopo – l’aspirazione delusa dell’intero mondo arabo dopo la cocente sconfitta subita proprio da Nasser contro Israele nella Guerra dei Sei Giorni.
Ma per tutti gli egiziani, allora come oggi, le parole e soprattutto la voce, il ricordo nostalgico, il mito di Umm Kulthoum sono uno dei ricordi ancora palpabili della rivoluzione nasseriana. La rivoluzione che esattamente cinquant’anni fa – era il 23 luglio del 1952 – catapultò l’Egitto sulla scena mondiale. Da paese prono alle potenze coloniali, sotto il giogo britannico in gran parte per colpa di una monarchia ormai decadente e dissoluta, a grande speranza per il proprio futuro nazionale, per il mondo arabo. E, grazie al carisma di Nasser, per l’intero fronte dei non-allineati. In cui il “giovane ufficiale” nato ad Alessandria rappresentò forse l’anima più volitiva e meno controllabile, rispetto a leader navigati come Tito, Nehru, Sukarno.
Umm Kulthoum è ancora, oggi come allora, strenuamente, inaspettatamente la colonna sonora di quell’Egitto che nacque dal colpo di Stato dei “giovani ufficiali”. Nasser in testa, e dietro a lui Anwar el Sadat: insomma, quasi trent’anni di governo riassunti nella leadership di due persone. La voce calda di Umm Kulthoum, così poco comprensibile dall’orecchio occidentale, struggente e autorevole, fa oggi a gara con i canti coranici trasmessi sempre più di frequente dagli altoparlanti dei supermercati o dalle radioline delle mesticherie cairote. Ma a 27 anni dalla sua morte e a 32 da quella di Nasser, la voce inconfondibile di quella che tutti semplicemente conoscono come “la Signora” si diffonde in ogni angolo del Cairo. Nei salotti buoni e nei taxi polverosi. Nelle librerie alla moda di Zamalek dove si vendono i suoi Cd, e nei mercati rionali, quando – a una certa ora del pomeriggio – le radio si sintonizzano per sentire per l’ennesima volta i suoi concerti e accompagnarli sottovoce. Sia che si abbia quindici anni e si faccia il garzone del fornaio. Sia che di anni se ne abbiano sulle spalle ormai una settantina, e che da impiegati in pensione si indossino ancora – nel caldo secco e inquinato delle strade della megalopoli egiziana – quei completi stile sahariano per i quali il prestante Nasser andava famoso.
Voce inconfondibile alla radio. Come succedeva negli anni Cinquanta e Sessanta, quando Umm Kulthoum divenne, assieme all’altra star musicale nazionale, Mohammed Abdel Wahab, la voce recitante di un paese a cui Nasser aveva dato una cosa che nessun altro leader aveva pensato di dare al suo popolo. La speranza. Quella di un avvenire radioso per la nazione egiziana ed araba,. e di un riscatto sociale per le classi popolari da cui sia la Signora sia il Leader provenivano. E a quelle radici, non a caso, Nasser riuscì a legare sempre la sua figura, tanto da trasformarla, nel Terzo Mondo dell’epoca, nel più strenuo difensore dei paesi in fuga dal colonialismo. E soprattutto, allora, dall’Impero britannico.
Entrambi – insomma – amavano il loro popolo e, per gli strani scherzi del destino, amavano anche la radio. Nasser la usò attraverso la “Voce degli Arabi”, che nelle intenzioni del primo Rais avrebbe dovuto unire tutto il mondo arabo. In una lingua, in una cultura e in un progetto politico. Un po’ come ora succede, ma senza un leader alle spalle che diriga la musica, con il panarabismo catodico di Al Jazeera. Anche Umm Kulthoum, a modo suo, la utilizzò, facendone il legame con il suo pubblico, che il primo giovedì di ogni mese – per quasi vent’anni – si ritrovò riunito attorno ai vecchi mobili radio per un appuntamento a cui nessuno avrebbe rinunciato: il suo concerto, appunto.
Entrambi riposano ora nel Pantheon dei cuori degli egiziani, dopo essere stati omaggiati da milioni di persone nelle strade della capitale, nei due funerali più seguiti che la storia moderna egiziana ricordi. Nella topografia dal Cairo, abbastanza lontani l’uno dall’altra: Nasser lontano dal centro, nel suo mausoleo di Hada’iq el Qubba; la “Stella” nelle fotografie esposte da qualche mese nel museo di Monasterli, sull’isola di Roda. Entrambi, non a caso, sono passati indenni attraverso le varie stagioni di questo Paese”.
