Libertà va cercando, ch’è sì cara

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di Francesco Matteo Landi

Molta gente legge quotidianamente la parola “privacy” sul proprio cellulare, non curandosi di ciò che può significare, e quali servizi (positivi e negativi) possa offrire. Personalmente, la privacy è qualcosa di molto importante, è la mia vita privata, le mie relazioni, le mie amicizie, insomma tutto ciò che mi riguarda. E mi chiedo, perché il nostro governo, come quello di tutti gli altri stati deve sapere chi frequento, quando lascio il telefono a casa, quando attivo le notifiche per qualcosa?

Perché devo essere schedato su internet, con tutte le mie informazioni e le persone possono leggere e usufruirne quando e come vogliono?

Avete mai pensato che per ora, migliaia di persone in tutte il mondo sanno che sto scrivendo questo commento? Ogni singola lettera che scrivo o che elimino, ogni volta che vado su WhatsApp, quando spengo il cellulare e lo riaccendo, quando parlo con mia madre al telefono.

Essere umani significa essere liberi di scegliere, il bene o il male, in tutto e per tutto. Bene, questo controllo vi sembra che ci consenta di essere liberi? Senza pensarci, risponderei sì, ma siamo in una società dove la tecnologia è parte della nostra vita, e non si può fare niente senza che qualcun altro lo sappia.

Sono un incoerente, perché anche se scrivo tutto questo, continuerò a pubblicare foto o post sui social, ma ciò che pubblico lo voglio far vedere o leggere a chi voglio io.

(Ieri mattina mi è arrivato un sms. Era di mio figlio, Francesco Matteo Landi, appunto. Un lungo text message spedito dal piano di sotto al piano di sopra. Stessa casa. Cinque metri di distanza in linea d’aria. Il contenuto era il testo che ho deciso, dietro suo consenso, di pubblicare sul mio blog. Perché? Perché mi ha sorpreso la sua necessità di libertà, e di anonimato. Per la mia generazione, la libertà è stato un diritto da conquistare e l’anonimato una condizione normale per noi adolescenti nati a cresciuti in una grande città come Roma. La seconda ragione per cui ho deciso di pubblicarlo è perché, spesso, accusiamo i nostri figli di non parlare, di rimanere indifferenti, di chiudersi in un mondo tutto virtuale. Forse non abbiamo trovato il codice giusto e il mezzo giusto, la piattaforma giusta. Dovremmo riscoprire la lezione del grande Roman Jacobson e applicarla all’oggi. E ascoltare un sms. Terza ragione: che grande pianeta sconosciuto sono i ragazzi che non sappiamo ascoltare! È ora di chiedere loro di farci spiegare cosa intendono per parole che consideriamo intoccabili. Libertà, cittadinanza, conoscenza, mondo, dignità, giustizia.)

mio figlio perdonerà, spero, la citazione ‘colta’ del titolo e della tavola di Gustav Doré del Purgatorio di Dante Alighieri. Potrà comunque trovare tutto con una piccola ricerca su Google ??

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