Sono una di quelle di “Via Paolo Fabbri 43”. Siamo in tante. Siamo in molti.
Non vuol dire che quell’album del 1976 (avevo allora 15 anni) contenga tutte le canzoni che amo di Francesco Guccini. Alcune. Non tutte. La mia personale palma d’oro la darei a “Incontro”, che non si può ascoltare se non dopo “Eskimo”. E questo già dice qualcosa, di quello che Guccini è riuscito a capire di noi, e metterlo – più che in versi – in locuzioni.
La nostalgia c’è tutta, e non c’è bisogno di nasconderla dietro un velo molto sottile. Il quadernino con la Valentina di Crepax in copertina, su cui annotavo i testi delle canzoni (non solo quelle di Guccini) e relativi accordi per poterle suonare con una chitarra da pochi soldi. La scala della succursale del Liceo Manara, succursale di Roma nord, scuola povera e decisamente poco dignitosa per ospitare centinaia di ragazze e ragazzi.
Tempi duri, per l’Italia della rivoluzione dei costumi, neanche tanto sotterranea. La “Piccola Storia Ignobile” è stato, ad esempio, un brano dirompente in anni in cui gli aborti erano veramente ancora clandestini, la legge 194 è stata una conquista molto sofferta, gli 8 marzo erano di lotta, ed Emma Bonino e Adelaide Aglietta combattevano per molte di noi. “Incontro” ed “Eskimo”, poi, hanno reso in musica cantautorale quello che tutti noi provavamo: la contaminazione tra classi sociali, molto difficile allora. Per me, figlia di genitori che avevano potuto frequentare solo fino alla quinta elementare, artigiani, entrare nelle case piene dei libri giusti, quelli oltre le enciclopedie a rate, era entrare in altri mondi. Sentirsi inadeguata, o meglio clandestina. Per me, figlia di emigrante e dunque immigrato dal profondo sud, scegliere il liceo classico era già una rottura. “Chiedo tempo, son della razza mia/Per quanto grande sia, il primo che ha studiato”, e io, così, non mi sentivo sola.Mi sentivo “avvelenata” come Guccini, questo sì. Pronta per essere la prima, della mia razza, a laurearmi.
Sono tempi che nessuno, tra noi, ha dimenticato. E come avrebbe potuto… Semmai, quei tempi anche amari, amarissimi, li ha nascosti in un cassetto per leccarsi le ferite della violenza pervasiva. Sono tempi che sono stati per molti di noi un vaccino, non solo per affrontare il mondo guardandolo di traverso, con una prospettiva straniata. È stato un vaccino che ci ha evitato – non a tutti fra noi, certo – di dare lezioni agli altri, soprattutto alle generazioni dopo di noi. Cosa avremmo potuto insegnare loro, che un vestito diventava una uniforme, che ci scontravamo persino perché sceglievamo di indossare un paio di scarpe diverse? Che la punta dei camperos di due ragazzini della destra fascista romana aveva spaccato la faccia a uno dei miei più cari amici mentre passeggiavamo in una stradina vicina a Villa Pamphili? Vestiti come uniformi. Che follia! L’integralismo della moda in cui ci nascondevamo: che stronzata!
Guccini le aveva descritte, le nostre uniformi. Le sciarpe, e soprattutto gli eskimo e il paletot, e il nostro tentativo di mettere assieme le nostre uniformi rivoluzionarie con le divise piccolo-borghesi.
Portavo allora un eskimo innocente
Dettato solo dalla povertà
Non era la rivolta permanente
Diciamo che non c’era e tanto fa
Portavo una coscienza immacolata
Che tu tendevi a uccidere però
Inutilmente ti ci sei provata
Con foto di famiglia o paletò
Per la figlia di un sarto, che ero e sono, l’eskimo era ancor più rivoluzionario, perché quel paletò, per il sarto immigrato dal sud, era stata una conquista, e io non l’avevo capito. L’ho compreso solo qualche anno dopo, quando seppi che Giuseppe Di Vittorio aveva sfidato i potenti pretendendo di indossare un cappotto al posto del tabarro dei contadini. E noi invece, supponenti, al paletò davamo altro, stupido senso.
Guccini si muoveva a Bologna, pur non dimenticando mai nella sua vita – neanche allora – le origini di provincia. E Bologna, alla metà degli anni Settanta, era quella che non è ora, pur conservandone i segni e qualche intellettuale che a quell’epoca è rimasto ancorato come all’unico palo stabile durante un uragano. Guccini era, anche a Roma, l’aria che arrivava da Bologna. Aria che odorava di rivoluzione, non solo quella della “Locomotiva”, grido di battaglia, sogno di ragazzi che ancora la Storia l’avevano studiata poco ma, in compenso, la studiavano sul Villari. Rosario Villari, che in anni belli ed eroici dell’università della Sapienza è stato il nostro maestro della storia moderna. Era soprattutto l’aria rivoluzionaria che stava incidendo, senza che ce ne accorgessimo così nel profondo, sulla nostra educazione sentimentale di rottura.
Educazione, per questo, macerata parecchio. Non riuscivamo a descrivere a parole il cambiamento, o meglio, ne usavamo troppe. “Io parlo sempre tanto, ma non ho ancora fedi”. Quella “Canzone quasi d’amore” è il manifesto dei nostri amori di adolescenti che non volevano più essere come loro i genitori. O forse, soltanto, volevamo poter dire che l’ipocrisia non ci avrebbe mai toccati.
È un esercizio che continuo a fare. Per questo devo dire grazie a Francesco Guccini, perché “pago le mie illusioni”.
“Io cerco ancora”, con una gioia che allora non potevo ancora avere, perché non avevo contezza di quanto di buono, quel macerarsi, avrebbe prodotto.
Auguri Guccini! Non so se ti è chiaro quanto ci hai segnato (in bene).
