More Process than Peace

Tradotto: confessioni di un negoziatore semi-pentito. L’ultimo, lunghissimo articolo di Aaron David Miller su Foreign Policy è uno di quei ‘confesso che ho vissuto’  che si scrivono una sola volta nella vita. Il bilancio emotivo di una vita d’analista, di negoziatore e di ‘attore non protagonista’ dell’ultimo ventennio della crisi israelo-palestinese.

The False Religion of Mideast Peace. And why I’m non longer a believer. Il titolo, per chi come me vive a Gerusalemme da oltre sei anni, è una di quelle carezze inattese. Ma, allora, non sono la sola a essere infastidita quando le persone ti fermano e ti chiedono del processo di pace. Anzi, della pace. La pace non c’è. Per vent’anni c’è stato un processo, in cui l’altro termine – la pace – è stato con costanza sempre più sminuito. Sino a dimenticarsi l’obiettivo: la pace, appunto. E a lasciare lì, come una scatola vuota, il processo.

Ora Aaron David Miller ripercorre la sua vita e dice, in pratica, che non c’è molta speranza, adesso. Non ci sono leader forti nel mondo arabo, e la capacità americana di imporre la pace ad arabi e israeliani è sovrastimata. Anzi, Miller va giù durissimo sull’impossibilità per l’amministrazione Obama di tirarsi fuori da quello che, a suo parere, è uno stagno in cui la stessa amministrazione si è impelagata: la questione di Gerusalemme.

…we need a strategy that stands a chance of working. Otherwise, why would any U.S. president want to hammer a close ally with a strong domestic constituency?

And this was the problem with Obama’s tough talk to Israel on settlements. Not only was the goal he laid out — a settlements freeze including natural growth — unattainable, but it wasn’t part of a broader strategy whose dividends would have made the fight worthwhile. Going after the Israelis piecemeal on settlements to please the Arabs or to make ourselves feel better won’t work unless we have a way of achieving a breakthrough. That a tough-talking Obama ended up backing down last year when Netanyahu said no to a comprehensive freeze tells you why.

And that remains the president’s challenge after the Biden brouhaha over housing units in East Jerusalem. In the spring of 2010 we’re nowhere near a breakthough, and yet we’re in the middle of a major rift with the Israelis. Unless we achieve a big concession, we will be perceived to have backed down again. And even if the president manages to extract something on Jerusalem, the chances that Netanyahu will be able to make a far greater move on a core issue, such as borders, will be much reduced. Unless the president is trying to get rid of Netanyahu (and produce a new coalition), he’ll have no choice but to find a way to cooperate with him.

Tutto vero. Sottoscrivo l’80% della lunga analisi di Miller. Pongo, però, una questione: analisi di questo tipo non sono state fatte durante l’amministrazione George Bush jr., quando Washington sostenne al 100% i governi israeliani, quando Ariel Sharon fu descritto – anche in Italia, e a caratteri cubitali sui giornali – come l’uomo della pace. L’uomo che avrebbe portato finalmente la pace, solo perché aveva deciso il disimpegno unilaterale da Gaza, con tutto ciò di negativo e di catastrofico che un gesto unilaterale e non strategico porta con sé. Non sono state fatte, riflessioni di questo tipo, quando le colonie crescevano, senza tante reazioni pubbliche, né da parte degli Stati Uniti, né da parte dell’Unione Europea. Nonostante i rapporti preoccupati inviati dai consolati a Gerusalemme, che per anni hanno messo in guardia sia Bruxelles sia i singoli stati europei di quello che stava succedendo nella città tre volte santa.

Questa riflessione sull’incapacità americana arriva, invece, solo nel momento nel quale Washington, dopo molto tempo, decide di non essere al 100% d’accordo con Tel Aviv. Peggio. Arriva solo nel momento in cui, si diceva secoli fa, il re è nudo. E di fronte al mondo è ormai evidente ciò che molti, da anni, da decenni, ripetono come voci clamantes in deserto. Che Gerusalemme è il nodo, e non solo simbolico: è il nodo che nasconde gli altri nodi, anche perché è la rappresentazione, racchiusa in una città, seppur santa, di quello che di prosaico succede dentro e fuori Gerusalemme. Sui confini, sui rifugiati, sull’identità, sul riconoscimento. Su tutti i nodi cruciali. I nodi cruciali della pace, e non i nodi cruciali del processo di pace.

La foto è di Francesco Fossa. Correre in Città Vecchia, a Gerusalemme.

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