Voci di dentro – update

Di cose da leggere ce ne sono molte, oggi, sull’assalto della  marina militare israeliana alla Freedom Flotilla. Le scelte che vi consiglio non solo non sono esaustive, ma sono l’espressione del randomico passeggiare per la Rete. Sollecitazioni, spunti di riflessione. Cibo per la mente.

Un addendum ai pensieri di ieri sui pacifisti. Oggi, sui giornali, è cominciato il tiro al piccione contro la piccola pattuglia di italiani imbarcati sulla Freedom Flotilla. Non so chi siano, se non per quello che si sa dal web. Credo, però, che questo il bersaglio sia quantomeno troppo piccolo, rispetto all’ampiezza della questione aperta da chi ha tentato – deliberatamente, coscientemente – di rompere il blocco navale davanti a Gaza. Sezionare le vite dei sei attivisti italiani non risolve il nodo di fondo. Il nodo, ancora una volta, politico e diplomatico. A meno che, facendo il tiro al piccione contro gli attivisti, non si voglia sviare l’attenzione e alzare la cortina fumogena da parte di chi – avendo un dovere di analisi dei fatti – ha deciso che non si parla di politica internazionale. Che la politica internazionale non si deve fare.

La domanda di fondo rimane la stessa. L’embargo a Gaza deve essere tolto? Da tutti, da Israele così come dall’Egitto, che in questa fotografia rimane sempre di lato, quasi non visto. L’embargo attorno a Gaza viola convenzioni internazionali? Il milione e mezzo di abitanti di Gaza è protagonista involontario di un vero e proprio disastro umanitario che non è stato causato da una catastrofe naturale, bensì da un conflitto, da uno scontro in corso (tra Israele e Hamas, tra Hamas e l’ANP di Ramallah), dall’occupazione, dalla mancata soluzione del conflitto israelo-palestinese? Domanda forse un po’ difficili, mi rendo conto. Ma chi ha idee, a questo punto, le metta per iscritto. Ed eviti di parlar di pagliuzze invece che di travi.

Scusate la lunghezza del commentino. Ora i link

Intanto, e non a caso per primo, il link a un commento – commovente, nel profondo senso di questo aggettivo – di Manuela Dviri.

Poi, per quanto riguarda le questioni legali, il diritto internazionale, le acque internazionali, gli assalti armati in acque internazionali, il dibattito sugli atti di guerra o di pirateria, un’analisi di Craig Murray, ex ambasciatore britannico (thanks, arabist).

Il valico di Rafah è aperto a tempo indeterminato, scrive il giornale indipendente egiziano Al Masri al Youm. Sulla decisione pesano anche i timori che l’Egitto possa essere accusato di essere parte (com’è in effetti) dell’embargo?

Uno sguardo in casa americana, dove l’amministrazione Obama ha assunto una posizione, almeno apparentemente, da Sfinge. Stephen M. Walt sul suo blog su Foreign Policy. Mentre un altro dei blogger VIP di FP, Steven A. Cook, parla di Turchia, e dell’alleanza con gli USA. Pas mal.

“Nowhere is Turkey asserting itself more than in the Middle East, where it has gone from a tepid observer to an influential player in eight short years. In the abstract, Washington and Ankara do share the same goals: peace between Israel and the Palestinians; a stable, unified Iraq; an Iran without nuclear weapons; stability in Afghanistan; and a Western-oriented Syria. When you get down to details, however, Washington and Ankara are on the opposite ends of virtually all these issues”.

Beh, Paul Woodward e io la pensiamo allo stesso modo… E scegliamo anche le stesse foto. “This is no longer just a question of how easily Israel can trample on the rights of a humanitarian organization”.

Il discorso di ieri di Recep Tayyep Erdogan al parlamento turco. Su Hurriyet.

Una vignetta, su cui riflettere, su Abu Muqawama.

La foto è tratta da Flickr.

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