E anche il fronte interno israeliano mostra delle crepe. Da una parte il settore dei kibbutz, che chiede di parlare con Hamas: un settore che non è più importante come una volta, visto che i kibbutz coprono una percentuale risibile dell’Israele di campagna, sia in termini di estensione sia in termini di popolazione. Alcuni dei kibbutz più importanti, però, sono nel sud, nel Negev, e sono stati bersaglio dei Qassam che vengono lanciati da Gaza. E poi la lettera pubblica della scorsa settimana, firmata non solo da Yossi Beilin, ma da alcuni importanti esponenti del mondo militare e della sicurezza, che chiede a un Ehud Olmert ancora sotto indagine di negoziare con il movimento islamista palestinese che controlla Gaza.
Quanto queste pressioni, interne e internazionali, fermeranno il governo israeliano, e soprattutto il ministro della difesa Ehud Barak, è difficile ancora comprenderlo. Ma questa settimana è decisiva, sia per la macchina militare israeliana, sia in particolare per gli egiziani. Gaza è un dossier molto delicato, per la stabilità dell’Egitto, e pour cause Hosni Mubarak ha messo in campo il suo uomo migliore, Suleyman, per disinnescare la miccia. E le pressioni egiziane sugli israeliani debbono essere state determinanti, se è vera la notizia dell’ammorbidimento delle posizioni di Tel Aviv. Nel caso fallisse la mediazione di Suleyman – che ha detto chiaro e tondo, a Sharm, che ora la palla è nella metà campo israeliana -, il Cairo potrebbe veramente riaprire Rafah (nella foto, una casa demolita a Rafah dall’esercito israeliano, tratta da Frontline, il blog di una volontaria giapponese)gestire il dossier Gaza per conto suo, senza un coinvolgimento israeliano. E se Rafah riaprisse, l’operazione di terra diverrebbe ancor più difficile. Forse veramente improponibile, perché Gaza finirebbe di essere isolata, e avrebbe la sua porta aperta verso l’Egitto: l’unico paese arabo che in Israele ha suscitato timori, da punto di vista della potenza militare.
