Meno male che c’è Ry Cooder

E meno male che il pubblico di Mantova ha rotto lo stereotipo sugli arabi, che io mi sono riempita le bisacce per tutto l’anno di buona cultura, bella gente e pubblico intelligente… poi sono tornata alla (fittizia) realtà dell’informazione, ho scorso la rassegna stampa degli ultimi due giorni, e ho deciso che ci vuole – per consolarsi – una bella colonna sonora.

Mi è venuto in soccorso il mio amico Francesco, ieri sera, che mi ha segnalato l’uscita dell’ultimo album del grande Ry Cooder (ricordate Buena Vista Social Club?).  Pull Up Some Dust And Sit Down (Nonesuch/Perro Verde  2011) dovrebbe essere tutto programmaticamente statunitense. Compresa, in questo “statunitense”, la critica feroce alla sindrome della fortezza assediata che si vede in uno dei brani, Quicksand, sull’immigrazione messicana verso nord, il lungo muro, il filo spinato, e quelle improbabili manette rosa inquadrate nel video disponibile su YouTube. Il Tex-Mex di Ry Cooder è la perfetta colonna sonora per scorrere la leggerezza e la superficialità con la quale la primavera araba, il secondo Risveglio, la seconda nahda, le rivoluzioni vengono svilite in questi due giorni. Il fatto è che, per trarre qualche conclusione da quello che è successo al Cairo contro alcuni uffici dell’ambasciata israeliana, bisogna  leggerli tutti, i fatti. E non solo alcuni.

Mi sbrigo in fretta. La tensione si alza dopo il 18 agosto, dopo l’attentato nel deserto nel Negev. Le forze di sicurezza israeliane entrano in territorio egiziano alla ricerca dei terroristi, e ammazzano cinque guardie di frontiera egiziane (sul numero delle vittime si è incerti, c’è chi parla di sei). Il Cairo minaccia il ritiro dell’ambasciatore, Tel Aviv si dice dispiaciuta ma non si scusa. In un Egitto che non è più sotto Hosni Mubarak, molto più morbido perché la contropartita che aveva avuto era alta (il benestare americano alla successione di suo figlio Gamal), le mancate scuse sono benzina sulla paglia ben secca, accanto a un fiammifero già pronto. I sentimenti anti-israeliani ci sono eccome, in Egitto, e non solo e non tanto nei settori islamisti. Nel corso degli ultimi anni, a battersi per aprire Rafah, la porta di Gaza, sono state soprattutto le ong laiche e di sinistra. Per gli egiziani il cuore del problema è il doppio standard americano ed europeo, il doppio standard occidentale su israeliani e palestinesi. Il  problema è Gaza, è il Muro di separazione costruito dagli israeliani in Cisgiordania e a Gerusalemme, e quello che da più tempo c’è già attorno a Gaza. La reazione, nell’Egitto della rivoluzione, è un gesto: togliere la bandiera israeliana dal palazzone di Giza dov’è l’ambasciata e sostituirla con quella egiziana: l’orgoglio del nuovo Egitto si reifica con i simboli. La controreazione del Consiglio militare supremo usa gli stilemi del regime di Mubarak, di cui l’alta gerarchia militare ha fatto parte integrante: costruire di gran corsa un muro di cemento armato davanti al portone del grigio palazzo di Giza, ben visibile dal ponte, uno dei più importanti ponti sul Nilo. Un muro di cemento a proteggere l’ambasciata israeliana, come il Muro di cemento israeliano  in Cisgiordania e Gerusalemme e Gaza. Altra benzina sulla stessa paglia secca… Poi arriva venerdì, e la manifestazione (grande) a piazza Tahrir contro il Consiglio militare supremo che tetragono vuole mantenere i tribunali militari come le corti davanti alle quali si debbono giudicare i civili in questa fase di transizione. La sera, proprio nel venerdì della grande manifestazione contro i tribunali militari, c’è l’assalto all’ambasciata israeliana del Cairo, a poca distanza – secondo i parametri della megalopoli egiziana – da Piazza Tahrir. No comment. Solo cronologia, e tanto basta.

E poi c’è la geopolitica. La Turchia erede della grande ed esperta diplomazia ottomana che non vuol passare sopra l’affaire Mavi Marmara. Erdogan che sa bene di dover sfruttare questo momento per profilarsi come uno dei leader della regione in piena Nahda. L’Egitto (della rivoluzione) che non vuole riprodurre lo stesso rapporto con Israele, filtrato dagli Stati Uniti, come invece sta di nuovo facendo il Consiglio militare supremo. Cosa significa, questo? Che Israele è più isolato? Sì e no. E’ isolata la politica estera del duo Netanyahu-Lieberman, considerata arrogante da tutti i vicini di Israele. E’ molto meno isolata la società israeliana, che prende a modello le rivoluzioni arabe per segnalare il proprio malessere e premere sul Palazzo.

E allora, dopo Ry Cooder, ci vuole anche altro, in questa colonna sonora del lunedì mattina, in attesa di (ri)presentare con grande piacere  ‘Ala al Aswani alla Feltrinelli di Roma a via del Corso, alle 6 del pomeriggio. Un’ala di riserva, Messa Laica per don Tonino Bello: il cd, edito dalla Meridiana di Molfetta, contiene testi e musica di Michele Lobaccaro, uno dei fondatori dei Radiodervish. Nel cd, ci sono le voci di Franco Battiato, Michele Salvemini in arte Caparezza, Nabil ben Salameh, Michele Lobaccaro, e via elencando.

Gli ultimi e gli umili sono lì dietro la frontiera. Non è con l’estrema semplificazione che consolida lo stereotipo becero che ci libereremo (sic!) del “problema”. “Un tramonto saraceno / porta mille identità / senza vele e senza sogni / non potrai uscire da qui” (La Lampara, in Un’ala di riserva).

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