Prima che uscisse Arabi Invisibili, c’è stata grande discussione tra i miei pard di Lettera22. Non sul contenuto del libro, ma su quel “catalogo ragionato” che compariva nel sottotitolo (Catalogo ragionato degli arabi che non conosciamo. Quelli che non fanno i terroristi). Sembrava riduttivo parlare di catalogo rispetto all’impianto del libro. Perché catalogo è un termine freddo, oltre che stantio: burocratico, anonimo, senza passione. Poi il mio amico Wlodek Goldkorn, durante una presentazione romana del volume, mi (ci) ha spiegato perché catalogare poteva essere un’attività più complessa di quello che io stessa avrei pensato. In soldoni: siccome gli arabi non li conosciamo più, non sappiamo chi sono, che faccia hanno, quali sono i loro sogni e le loro frustrazioni, per arrivare a dinamiche più complesse conviene prima (ri)catalogarli. Descrivere la loro carta d’identità aggiornata, con una foto più recente e l’ultimo indirizzo di casa.
Troppo orientalista? In effetti, dà tanto l’idea di un ritorno indietro, a quando geografi, antropologi, botanici e quant’altro si misero di buzzo buono, appresso a Napoleone Bonaparte, e catalogarono gli egiziani. Senza capirli. E’ ovvio che occorre catalogare senza presunzioni, con pochi pregiudizi e con gli occhi aperti… Ma il discorso che volevo fare non era sulla bontà del catalogare, ma sulla proprietà transitiva che dal catalogare deriva. Se il problema geopolitico, serio, è che non conosciamo chi abbiamo di fronte (gli arabi), ne deriva che – al fondo – il problema (serissimo) è che non abbiamo più lo stesso vocabolario. Parlar tra sordi, per dirla in maniera banale, eppure terribilmente profonda.
Mi è capitato di leggere in questi giorni appelli, iniziative, dichiarazioni arrivate dal fronte nord del Mediterraneo. Frutto delle migliori intenzioni e di tanta buona fede. In cui le parole d’ordine erano: dobbiamo andare oltre le crisi, i conflitti e gli integralismi, costruire legami e mettere in piedi un’associazione dei buoni. Dei buoni del Mediterraneo. Ecco, credo che proprio questo sia lo stantio che gira per l’Europa e per il Mediterraneo. Lo stantio sono le parole che usiamo, che continuiamo a usare, senza che queste abbiano più non solo un significato comune, ma un significato vero e proprio. Cosa significa guerra? Cosa significa crisi? E soprattutto, perché questo è uno dei nodi, cosa significa integralismo? Chi decide cosa sia o chi non sia integralista? Secondo quale parametro?
Occorre, secondo me, riscrivere un vocabolario mediterraneo condiviso. Non perché siamo tutti buoni, tutti tolleranti, tutti laici e tutti glamour. Occorre scrivere il vocabolario con chi c’è, realmente, nel Mediterraneo, anche se parti del Mediterraneo non ci piacciono. Lancio la sfida. Chi è disposto a scriverlo?