Tahdiyya, forse

E’ ufficiale, almeno da parte palestinese. Qualcosa si muove su entrambi i fronti. La tahdiyya, la tregua tra Israele e Hamas, e la riconciliazione tra Fatah e Hamas. Questi sono, però, i pacchetti sui quali si discute. Quali risultati, poi, si riusciranno a raggiungere sui differenti tavoli di trattativa, è tutto da vedere. Il primo tavolo, la tahdiyya, la tregua, più di un cessate-il-fuoco, meno di un accordo. Hamas non vuole solo la fine delle incursioni e degli omicidi mirati a Gaza, nonché la conclusione del totale isolamento economico della Striscia. Vuole anche che finiscano le ondate di arresti in Cisgiordania, che non colpiscono solo esponenti di Hamas, ma anche delle Brigate di Al Aqsa: le retate non si sono mai fermate, neanche la scorsa notte. E Israele non sembra intenzionata a cedere sulla libertà di azione in Cisgiordania, soprattutto dopo i segnali forti che fanno paventare una terza intifada.
Mettendo insieme Gaza e Cisgiordania, Hamas dice una cosa fondamentale: i due luoghi della Palestina, la Striscia e la West Bank, non sono più lontani, staccati. Sono di nuovo una cosa sola, su cui non si tratta separatamente. E questo elemento fa parte anche della cosiddetta Iniziativa Yemenita, i contatti in corso a San’a per riportate al tavolo delle trattative Fatah e Hamas. Difficile, però, che Fatah e Hamas si possano mettere così d’accordo da superare quello che è successo dallo scorso giugno a oggi. Non solo e non tanto le violenze da entrambe le parti, ma la pressione fortissima, soprattutto da parte israeliana e statunitense, perché Fatah, o meglio, l’ANP di Ramallah, giochi per conto suo, e si distanzi sempre di più da Hamas. Semmai tentando di distruggerne la rete di consenso in Cisgiordania. Mahmoud Abbas accetterà un nuovo accordo con Hamas, come fece poco più di un anno fa alla Mecca? O non è ancora più debole di quanto lo fosse già nel febbraio del 2007? Sulle pressioni di allora sappiamo molto, scritto a ridosso del colpo di mano di Hamas a Gaza, nel giugno, e poi, da ultimo, nello scoop di David Rose su Vanity Fair. Sulle pressioni di ora, possiamo solo fare ipotesi.
E da ultimo, il fronte di Rafah. L’Egitto sta cercando di mediare, assieme alla tregua, la questione dei valichi di confine a sud della Striscia. Quelli commerciali con Israele. E quello per uomini e merci tra Gaza ed Egitto. L’idea è una riedizione dell’accordo del 2005, raggiunto da Condoleezza Rice, che vedeva i nostri carabinieri a dirigere la missione degli osservatori europei. Un accordo che tenne, formalmente, ma che non funzionò, nella pratica, visto che il valico rimase molto spesso chiuso. Ora si dovrebbe tornare a quell’intesa, forse con gli osservatori europei nel Sinai, per non dover dipendere dal benestare israeliano sulla questione della sicurezza. La guardia presidenziale di Abbas dovrebbe tornare a controllare Rafah. Ma i dubbi sono tanti, perché i tre canestri di negoziato sono vasi comunicanti. Basta che uno faccia troppa acqua, e anche gli altri saltano.

Lascia un commento