Aysh, o caro

Forse sarà risolta in sei mesi, la crisi del pane, dicono le autorità egiziane. Ma sei mesi sono lunghi, per la povera gente del Cairo, del Grande Cairo e dei governatorati della periferia, costretta a estenuanti, lunghe file per comprare il pane. L’aysh baladi, il pane di campagna letteralmente, ma nella pratica il pane dei sussidi, quello che costa 5 piastre per uno dei tradizionali panini schiacciati arabi. Cinque piastre, suppergiù l’equivalente di un centesimo di euro: l’unico pane che milioni di egiziani possono permettersi, anche se non è un granché, come consistenza e sapore. Per quell’aysh baladi, ormai da settimane, la povera gente sta in fila dalla mattina sino al pomeriggio, e non è detto che riesca a ottenere la sua quota di pane sussidiato.
Il governo sta provando a risolvere il problema. Il presidente Hosni Mubarak vuole una relazione settimanale sulla crisi del pane, che due giorni fa è arrivata sino in parlamento. E sono entrati in gioco il ministero dell’interni e l’esercito. Primo provvedimento: la divisione tra produzione e distribuzione, per controllare di più i fornai pubblici ed evitare il più possibile la piaga della vendita sottobanco, al mercato nero, della farina sussidiata.
Ora più nessuno nega che la crisi ci sia, anche se la differenza d’opinione – tra maggioranza di governo e opposizione – è sulle cause. I prezzi mondiali del grano, è vero, sono cresciuti in maniera esponenziale nell’ultimo anno e mezzo. Ma in Egitto c’è anche la piaga della vendita al mercato nero della farina sussidiata. E la situazione non migliora quando si parla di riso e pasta, raddoppiato il primo, triplicata la seconda: un prodotto a questo punto inarrivabile per una fascia consistente della popolazione.
Non c’è, però, solo crisi del pane, in Egitto. C’è crisi del cemento, sottolineata dal divieto di esportazione per sei mesi decretato dal governo. L’Egitto, uno dei grandi produttori di cemento, è in pieno boom edilizio (a prima vista, in contraddizione con l’aumento della povertà), ma le multinazionali preferiscono vendere all’estero, perché i prezzi sono concorrenziali, rispetto a quelli calmierati del mercato interno. Risultato, paradossale: in Egitto c’è poco cemento. E c’è un problema anche con il ferro per fare cemento armato. Quest’ultima questione – denunciata da un settimanale governativo come Al Ahram Hebdo – potrebbe addirittura toccare uno dei pezzi da novanta dell’establishment egiziano, Ahmed Ezz, il re del cemento, uno degli uomini più potenti del paese, membro del partito dei Mubarak (lo NDP) e uno degli uomini più ricchi del mondo arabo.
Ultima annotazione: sempre lo Hebdo dà notizia di una pratica in ascesa in Egitto, legata proprio alla carenza di ferro e di metallo, e al loro aumento: il furto dei binari delle ferrovie.

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