Mosse sulla scacchiera

E’ poi così importante che Jimmy Carter faccia un tour in Medio Oriente? In fondo, non ha incarichi, se non quello della Fondazione che ha creato e che porta il suo nome. E Barack Obama ha già preso le distanze dalle ultime mosse dell’ex presidente, per timore di alienarsi del tutto i già difficili consensi della comunità ebraica americana che vota democratico. E allora? Perché tanto parlare, tanta bagarre sul viaggio di un presidente che sul Medio Oriente ha costruito il suo risultato più significativo (Camp David)? Carter è andato al cuore del problema e del dilemma: se inglobare Hamas dentro una trattativa. Come molti, tra gli analisti e i politici, Carter ha dato la seguente risposta: Hamas è una realtà politica e sociale, prima che militare, che non può essere spazzata via con una pur imponente operazione militare. E quindi bisogna capire cosa vogliono. Secondo elemento: Gaza non è solo Hamas, sono un milione e mezzo di persone rinchiuse in una prigione a cielo aperto. Terzo elemento: bisogna anche capire cosa bolle in pentola dentro Hamas, e come sono i rapporti tra leadership di Gaza e dirigenza all’estero.
Ecco, allora, il significato di due incontri. Il primo, oggi, con Mahmoud A-Zahhar e Said Siyyam, i due dirigenti che, secondo quanto si dice, sono coloro che controllano politicamente e militarmente la Striscia. Incontro al Cairo, richiesto proprio da Carter. E poi, quello più pubblicizzato con Khaled Meshaal a Damasco. L’obiettivo dell’ex presidente USA sembra, ora, soprattutto quello di capire quali siano i rapporti tra le due dirigenze. E il Washington Post gli ha dato una mano, con la pubblicazione – ieri – di un commento scritto proprio da Mahmoud A-Zahhar. Un commento singolare, rispetto alla storia e soprattutto alla fama dell’ex ministro degli esteri del governo monocolore di Hamas, un uomo non affabile, piuttosto chiuso, che però sul Washington Post alterna la durezza ideologica dei primi anni di Hamas (quella della Carta fondativa del 1988) all’apertura di uno squarcio familiare e psicologico che prima non aveva mai aperto, nella descrizione del dolore per la perdita dei due figli e dei loro sogni di ragazzi. Un dolore e una preoccupazione per il futuro che, è forse la prima volta, Zahhar appaia al dolore e alla preoccupazione dei padri israeliani.
Non è la prima volta che il Washington Post, e con esso altre testate americane, pubblicano commenti di dirigenti di Hamas, da Ismail Haniyeh a Moussa Abu Marzouq. E’ successo, sempre, nei momenti cruciali di questi ultimi due anni. E’ anche questo un segnale che qualcosa, in questi giorni, si sta muovendo. E come sempre succede, può essere una window of opportunity oppure, al contrario, il rullare dei tamburi di una nuova operazione a Gaza. Possibile, secondo il Jerusalem Post, dopo la visita di George W. Bush in Israele per le celebrazioni dei 60 anni della fondazione dello Stato.

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