Che succede al Cairo?

Tra i Qassam sparati dalle Brigate dei Martiri di Al Aqsa (quelli legati a Fatah), gli strike israeliani su Rafah, le minacce di reazione militare “smisurata” lanciate dal premier Ehud Olmert, le divergenze di vedute tra Tzipi Livni ed Ehud Barak, la campagna elettorale israeliana che avanza, il Grad lanciato questa mattina ed esploso (per fortuna senza conseguenze) nel centro di Ashkelon, al Cairo si continua a lavorare. A cosa? A varie cose insieme, con risultati alterni.

Intanto, si continua a dire che la tregua di un anno, un anno e mezzo tra Hamas e Israele potrebbe anche partire, il 5 febbraio. E cioè dopodomani. A patto che qualche confine si apra, e cioè Rafah, sotto la possibile supervisione della guardia presidenziale di Abu Mazen, e senza la presenza (anche solo virtuale) israeliana. Il che rende questo accordo diverso da quello sponsorizzato dall’allora segretario di stato americano Condoleezza Rice nel novembre 2005, che diede vita all’EUBAM. E qui il tavolo negoziale sulla tregua si sovrappone all’altro tavolo negoziale, quello sulla riconciliazione nazionale. E su questo tavolo, le cose si fanno molto più complicate.

Le pressioni sui palestinesi, di Hamas e di Fatah, devono essere molto forti, perché tutti si stanno muovendo. Mahmoud Abbas ieri ha avuto al Cairo un colloquio di due ore con il ministro degli esteri egiziano Abul Gheit e con il suo omologo saudita, il principe Sauda al Faysal. Dopo l’incontro a tre, i due ministri si sono parlati a quattr’occhi, e poi sono partiti entrambi per Abu Dhabi. Abu Mazen è poi volato a Parigi, dove ha incontrato il presidente francese Nicolas Sarkozy all’Eliseo. E ha detto anche qualcosa sulla riconciliazione nazionale: Hamas può entrare nel governo di unità nazionale, ma l’OLP non si tocca. Nel frattempo, Khaled Meshaal era a Teheran, e alzava il tono della voce, mentre il suo assistente più stretto, Mohammed Nasr, ha detto che oggi lui – Nasr – avrebbe incontrato il potente capo dei servizi segreti egiziani, Omar Suleyman.

Allora, parliamo del nodo del contendere: l’OLP. Meshaal ha lanciato il suo ballon d’essai, dicendo che si potrebbe addirittura creare un’altra piattaforma nazionale per quei gruppi che non sono nell’OLP. Una OLP parallela, insomma. E’ un ballon d’essai, secondo me, nient’altro. Nella storia di Hamas, le OLP parallele non hanno mai funzionato, mentre è vero che il movimento islamista ha sempre cercato di entrare nell’OLP, ma non alle condizioni proposte, né allora – all’inizio degli anni Novanta -da Yasser Arafat, né ora da Mahmoud Abbas. La questione dell’ingresso nell’OLP è ovviamente una questione di legittimazione di Hamas, che va oltre il territorio amministrato dall’Autorità Nazionale Palestinese, e incide proprio sull’immagine e sul peso di Hamas nel mondo dei profughi, da cui in massima parte proviene. E’ tanto stringente, come nodo, che Meshaal lo pose come conditio sine qua non nella partecipazione al governo di unità nazionale, prima dell’accordo della Mecca del febbraio 2007, quando invece le sue posizioni si ammorbidirono. E’ tanto stringente, la questione della partecipazione all’OLP, che era uno dei cardini dell’accordo – voluto, mediato e concluso proprio da Abbas – del marzo del 2005 tra tutte le fazioni palestinesi: l’accordo, per intenderci, che aveva dato il via alla partecipazione di Hamas alle elezioni politiche. E, appunto, al suo ingresso in una OLP riformata.

Il punctum dolens è proprio la riforma dell’OLP, che non è mai stata affrontata, perché vorrebbe dire minare le basi del potere di Fatah, di singoli individui e degli altri partiti presenti nell’organizzazione, e comunque di un potere politico palestinese che si regge in questo modo da decenni. In più, nelle contingenze attuali, una riforma dell’OLP metterebbe in discussione la stessa posizione di Abu Mazen, fragile dopo la fine del mandato da presidente dell’ANP, scaduto il 9 gennaio scorso. Abu Mazen, però, mantiene la carica di presidente dell’OLP, e l’OLP è il legittimo rappresentante di tutto il popolo palestinese. Riformare l’OLP, dunque, vorrebbe dire andare al cuore della questione della rappresentatività delle diverse forze politiche palestinesi. E affrontare realmente la transizione post-Arafat.

Si tratta, insomma, di un vero e proprio braccio di ferro tra Fatah e Hamas. In cui, comunque, anche Hamas dimostra di non essere un monolite. Lo dimostrano le dichiarazioni di Ghazi Hamad, che subito dopo le polemiche su OLP sì, OLP no, ha detto chiaro e tondo che l’OLP non si doveva toccare. A prescindere dalla lettera delle dichiarazioni, è la stessa discesa in campo di Ghazi Hamad a dire molto, e soprattutto a segnalare che i moderati della Striscia sono di nuovo scesi in campo, per tirare Hamas fuori dal pantano di Gaza. Segnalo, ancora, che sinora hanno parlato i più moderati: Haniyeh, Ghazi Hamad, Ahmed Youssef, e Salah al Bardawil. Forse il braccio di ferro non è solo tra Hamas e Fatah, ma anche tra islamisti dell’interno dei Territori Palestinesi Occupati, e quelli dell’esterno.

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