Tregua possibile, da “firmare” tra oggi e l’inizio della settimana. Molto probabilmente domenica. In ogni caso, prima che il presidente israeliano Shimon Peres incarichi uno dei due contendenti, Tzipi Livni ma più probabilmente Bibi Netanyahu, di formare il nuovo esecutivo. Tregua possibile, tra Israele e Hamas, e a dirlo è il movimento islamista palestinese, che con una mossa a sorpresa annuncia una intesa che non è stata ancora firmata. Come dire, noi ci stiamo, noi abbiamo deciso, ora tocca a voi. Non è casuale che l’autore di queste dichiarazioni sia Mussa Abu Marzuq, e che le faccia dal Cairo, dove ieri c’era stata la riunione tra la folta delegazione di Hamas e Omar Suleiman, il potente capo dei servizi d’intelligence egiziani. Abu Marzuq non è solo il numero due dell’ufficio politico, a Damasco. Non è solo una sorta di ministro degli esteri, l’uomo che va al Cairo a trattare. E’ anche il ponte tra Damasco e Gaza, perché fu lui, alla fine degli anni Ottanta, a ricostruire l’organizzazione islamista che era stata messa in ginocchio dall’ondata di arresti compiuta da Israele.
I segnali, per un’organizzazione in parte clandestina come Hamas, sono importanti. E il fatto che Abu Marzuq sia arrivato al Cairo, in questi ultimi giorni, testimonia che l’intesa è in fase avanzata. E che sull’intesa c’è una decisione comune tra Damasco e Gaza. In una sequenza diversa dal passato, vi sono stati prima contatti con una delegazione di medio livello di Hamas di Gaza, dove la parte politica e dialogante ha avuto un ruolo importante. Poi, è arrivato Mahmoud A-Zahhar accompagnato anche da un dirigente, Nizar Awadallah, che dalle scarne informazioni che se ne hanno (un giro su Google…) ha avuto un ruolo nella formazione dell’ala militare tra anni Ottanta e Novanta. Zahhar, che ha nelle vene sangue palestinese ed egiziano (da parte di madre), ha poi lasciato il Cairo per andare a discutere direttamente a Damasco delle offerte egiziane. Ed è poi tornato indietro al Cairo, accompagnato da Abu Marzouq e da Mohammed Nasr, considerato il braccio destro di Khaled Meshaal.
Sintesi: l’accordo è stato accettato, dalla parte di Hamas. O almeno, secondo quello che Abu Marzuq ha detto ieri all’agenzia Mena, sappiamo che la prima fase dell’intesa è stata accettata: quella del cessate il fuoco tra Hamas e Israele della durata di un anno e mezzo, in cambio dell’apertura dei valichi tra la Striscia e il Territorio israeliano, con l’incognita delle merci che vi potranno passare. Sulla seconda fase, quella dello scambio di prigionieri, c’è ancora un po’ di nebbia. Forse dovuta al fatto che i resoconti di stampa non tengono conto dei diversi stadi in cui è divisa la trattativa per un accordo che forse non avrà niente di firmato, almeno in pubblico. Prima, tregua e valichi. Seconda, scambio tra il caporale Gilad Shalit e circa mille detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, meno di un decimo di quelli in prigione. Terza fase: dialogo interpalestinese con l’obiettivo di formare un governo di unità nazionale. Passaggio necessario, questo, per risolvere il nodo del valico di Rafah, su cui Hamas sembra mantenere una posizione dialogante, che consentirebbe l’arrivo della guardia presidenziale di Mahmoud Abbas.
Fonti di Hamas a Gaza sostengono, infatti, che il movimento islamista palestinese non ha alcun voglia di porre complicazioni alla riapertura di Rafah. E’ evidente -dicono – che l’accordo deve essere il frutto di un accordo, con la presenza delle forze egiziane, di quelle dell’Autorità nazionale palestinese e di quelle di Hamas.
Sembra che il governo di unità nazionale potrebbe essere un governo tecnocratico, e anche questo sarebbe un punto su cui Hamas potrebbe aver ceduto, rispetto alle posizioni precedenti. Esecutivo tecnocratico che prepari elezioni legislative e presidenziali. Su tutto il pacchetto, però, c’è l’incognita del quadro politico israeliano, tutto spostato a destra dopo le elezioni del 10 febbraio. L’accordo, se si farà, si farà con il governo Olmert che cura l’ordinaria amministrazione e che non ha più i legacci del consenso popolare. Poco tempo, per una trattativa talmente complessa da far venire i brividi.