La popstar, che i gossip della regione dicevano avere una relazione con Talaat Mustafa, fu uccisa in un appartamento di un residence di lusso di Dubai, alla fine di luglio del 2008. Due mesi dopo, l’arresto di Hisham Talaat Mustafa, con l’accusa di aver pagato due milioni di dollari a Mohsen al Sokkari, ex poliziotto, autore materiale dell’omicidio. A inchiodarlo, il DNA lasciato sul luogo del delitto, esaminato da quella stessa polizia di Dubai che di DNA si sta occupando in queste settimane per un altro omicidio eccellente, quello di Mahmoud al Mahbhou, dirigente di Hamas, che tutti pensano sia stato commesso dal Mossad, il servizio segreto israeliano.
Nel maggio scorso, Talaat Mustafa e Sokkari sono stati condannati a morte, ma la decisione emessa ieri dalla Cassazione riporta tutto al grado zero: un altro processo, un’altra sentenza.
Perché tanto clamore attorno a un fatto di cronaca? Non solo perché la vittima, Suzanne Tamim, era la tipica rappresentante di quel mondo delle cantanti libanesi, tutto glamour, bella vita, copertine patinate, e soprattutto videoclip. Il fatto è che il presunto mandante è un esponente altrettanto rappresentativo di un altro gruppo, quello dei tycoon, di quell’imprenditoria che non si è costruita sui petrodollari, ma su palazzi, telecomunicazioni, industria. Hisham Talaat Mustafa è colui che ha pensato, costruito e aperto le città satellite attorno al Cairo (nella foto, uno scorcio di Al Rehab), indicando sia un destinatario (non solo l’alta, ma la media borghesia egiziana in ascesa), sia un modello (la città-satellite autosufficiente, con scuole e cliniche private, e magari col campo da golf). Non solo: rappresenta anche quella classe imprenditoriale che si è legata al partito dei Mubarak, lo NDP, di cui è membro sia Hisham Talaat Mustafa sia, per esempio, Ahmed Ezz, il re dell’acciaio.
L’economia tocca la politica e viceversa, anche in Egitto. E in questo periodo di transizione, anche i fatti di cronaca diventano parte della battaglia politica. Volenti o nolenti.