PalFest: See you next year

Ieri sera c’è stato l’ultimo appuntamento del PalFest 2010, il festival internazionale che per cinque giorni ha portato gli scrittori in itinere nella Cisgiordania frammentata e a Gerusalemme est. Il Palfest era iniziato a Gerusalemme, e si è concluso a Gerusalemme est, nel cuore della Città Vecchia, al Centro comunitario africano. Un appuntamento particolare, in un posto così particolare come il quartiere palestinese africano, luogo antico, che sorge a ridosso di una delle porte d’ingresso alla Spianata delle Moschee.

Serata di reading e musica, com’è ormai tradizione dei PalFest. Ogni scrittore ha scelto un brano – non suo – da leggere al pubblico, per il farewell. Ha cominciato Raja Shehadeh con Mahmoud Darwish. E poi William Sutcliffe con un lungo brano in cui George Orwell descrive una delle quattro ragioni per cui scrivere: la politica. La politica quella alta. Brano da rileggere e rileggere, per dare un senso non solo alla scrittura di libri, ma al giornalismo.

C’erano molti internazionali, a sentire gli scrittori internazionali. E pochi palestinesi, rispetto all’alto numero di palestinesi che ha seguito il PalFest a Nablus, Ramallah, Hebron, Betlemme, Jenin. La ragione più evidente è la disconnessione (scusate l’anglismo, ma qui regge) di Gerusalemme est dal suo territorio, dai suoi legami, dal suo retroterra. Di ragazzi palestinesi, però, ce n’erano tanti nelle università. Anzi, per la maggior parte, ragazze.

Sulla compresenza a Gerusalemme di due festival letterari che si sono ignorati a vicenda, c’è un mio articolo sul Sole24Ore  del 6 maggio.

La foto ritrae alcuni degli scrittori presenti al PalFest, appoggiati al Muro di Separazione a Betlemme.

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