Mustafa Barghouthi, uno degli intellettuali palestinesi indipendenti, dice pubblicamente qual è il nodo politico di questi giorni. Bisogna dichiarare “immediatamente lo stato indipendente e democratico di Palestina” sui confini di tutti i territori occupati da Israele nel 1967 (dunque non solo Cisgiordania, ma Gaza e Gerusalemme est, tutti i territori che il diritto internazionale definisce occupati). Barghouthi, protagonista peraltro – tra 2006 e 2007 – della mediazione tra Fatah e Hamas che portò al breve governo di unità nazionale, non lega la proclamazione dello Stato di Palestina all’ultimo passo compiuto dal governo di Benjamin Netanyahu. E cioè la presentazione di un progetto di legge sul giuramento di fedeltà allo “Stato ebraico e democratico” da parte dei cittadini non ebrei (l’Unione Europea ha ieri detto a Israele che deve trattare nello stesso modo tutti i suoi cittadini, regola che dovrebbe essere aurea in tutti i paesi del Vecchio Continente).
Non è il giuramento di fedeltà il nodo della questione. E’ il negoziato su di un piede di parità. Un potenziale processo di pace si svolgerebbe cioè tra parti eguali, “rather than conditions of the present negotiations that are happening between totally inequitable parties. Where Israel is effectively allowed a dominant veto power on all issues, including the agenda and terms of reference, as well as total impunity to violate international law and so many UN Resolutions.” E’ una idea, questa, che circola a dire il vero da qualche tempo, come dimostrano molti atti e molte dichiarazioni del premier di Ramallah, Salam Fayyad. E che però, nelle ultime settimane, è parsa essere stato introiettata anche dalla presidenza dell’ANP. Se i negoziati falliscono, l’unica alternativa alla soluzione dei due Stati, che pare ormai avere molti sostenitori, sia tra gli israeliani sia tra i palestinesi, è quella che la Palestina faccia la sua dichiarazione di indipendenza e proclami la nascita dello Stato. Facendo poi lobby perché lo Stato di Palestina sia ammesso all’Onu e riconosciuto da un numero alto di paesi.
Entrambi gli obiettivi – la proclamazione dello Stato e l’azione di lobby – non sembrano irraggiungibili, soprattutto perché la questione delle colonie israeliane nel cuore della Cisgiordania sta diventando pesante da gestire anche per l’amministrazione americana. In più, la presenza dello Stato di Palestina cambierebbe profondamente le carte in tavola, in un negoziato. Non più, dunque, uno Stato d’Israele e una entità di puro carattere amministrativo come l’ANP seduti al tavolo, bensì due stati che devono regolare contese territoriali partendo da un confine riconosciuto dalla comunità internazionale, e cioè quello dell’armistizio del 1949. Israele diventerebbe potenza occupante su di un suolo sovrano, e le colonie delle città costruite sulla terra dello Stato palestinese. E da ultimo, la questione della riconciliazione tra Fatah e Hamas: Hamas si rifiuta di riconoscere Israele, ma da anni dichiara di poter riconoscere uno Stato palestinese sui confini del 1967, con Gerusalemme capitale e il diritto al ritorno dei profughi del 1948 e del 1967. Sembra una questione di lana caprina, e non lo è. Visto la situazione difficile in cui versano i negoziati (sospesi) tra netanyahu e Abbas, e visti i contatti in corso sulla riconciliazione, l’ipotesi dello Stato palestinese potrebbe convenire a molti. E far superare un’impasse che dura – almeno con questi parametri – almeno dalla vittoria elettorale di Hamas del gennaio 2006.
Il post è dedicato a chi vuole che io mi occupi soprattutto di geopolitica. Voilà.
La foto, su licenza Creative Commons, è stata scattata da Whewes, nel 2006 vicino a Ramallah.

Il post sarà dedicato alla geopolitica, ma la sostanza è diplomatica. Comunque ogni idea buona per smuovere un negoziato indispensabile ad entrambe le parti.
Come tutti gli stati ex-colonialisti sanno, Italia in primis (primo paese ad aver fatto ammenda per le sue colpe coloniali, speriamo seguito da altri), le colonie sono un corrosivo politico, morale ed economico per il territorio metropolitano. In più, se questo negoziato fallisce, il mondo lascerà le due parti al loro destino, che sarà particolarmente tristo per chi si pensa il più forte ma è il meno numeroso. Mane Tekel Phares
Hai ragione, la sostanza è diplomatica. Il problema è che da queste parti non vedo molta alta diplomazia, di quella che per esempio ci hanno insegnato veneziani e ottomani. Le missive degli ambasciatori dei tempi andati sarebbero degli utili livre de chevet. Sulle colonie, vero solo in parte: modificano anche il mercato, per esempio, e la pressione di una parte della società civile palestinese e di Salam Fayyad per boicottare i prodotti delle colonie lo conferma.