Da FB alla strada, lacrimogeni compresi

“The Egyptian 11th commandment: Thou Shall Not Tweet or Facebook”. L’undicesimo comandamento egiziano: Tu Non Dovrai né Twittare né usare Facebook. E’ uno degli ultimi messaggini mandati oggi pomeriggio via twitter dai ragazzi egiziani che non demordono. Oggi non ci sono i numeri di ieri. Le piazze non sono stracolme, dalla piazza Tahrir del Cairo alle strade di Suez e di Alessandria. Dopo aver disperso la folla che si trovava ancora a piazza Tahrir, stanotte, la polizia ha preso il totale controllo del Cairo, nella downtown. Difficile, per chi avesse voluto manifestare, arrivare soltanto vicino ai palazzi del potere, al ministero dell’interno, al parlamento, in una Cairo paralizzata. Eppure, qualcosa è successo lo stesso. Di fronte al sindacato dei giornalisti. E soprattutto a Galaa street, l’arteria che arriva alle spalle del Museo Egizio e che passa d avanti al consolato italiano. I ragazzi che hanno incendiato copertoni erano proprio davanti al grande complesso di color rosso che sta all’angolo del quartiere del Boulaq, e poco distanti dalla sede del più importante quotidiano del regime, Al Ahram.

La polizia è intervenuta duramente, oggi. Almeno 40 arresti. Botte. Lacrimogeni, idranti, c’è chi parla di live ammunition contro i dimostranti. Nonostante twitter e facebook oggi abbiano incontrato ancor più difficoltà di ieri, tra blocchi e chiusure, nonostante i blogger abbiamo fatto fatica ad aggirare la censura del regime di Hosni Mubarak, le notizie sono filtrate lo stesso. E la notizia principale è che soprattutto i giovani non hanno voglia di demordere. La parola d’ordine che gira è: grande manifestazione dopo la preghiera del venerdì. Di venerdì prossimo. Ci riusciranno? Riusciranno ad avere i numeri, nonostante non abbiano alle spalle le grandi organizzazioni politiche? In parallelo con quello che è successo in Tunisia, va in onda al Cairo, a Suez, a Mansoura un fenomeno che prima o poi dovremo studiare. La capacità di scendere in piazza nonostante non vi siano i sindacati, i partiti di massa…

L’opposizione politica egiziana è stata in questi ultimi anni decimata. I Fratelli Musulmani hanno subito costantemente retate di militanti e arresti di leader (soprattutto quelli pragmatici). I partiti rappresentati in parlamento sono spesso l’ombra di se stessi, organismi che non riescono ad avere contatto con il consenso reale. L’unico che gode ancora di un’organizzazione diffusa è lo NDP dei Mubarak. Il resto sembra magmatico: una tendenza, un sentimento, un flusso che si divide nei movimenti su Facebook (come il ‘6 aprile’), nel cartello che appoggia Mohammed el Baradei, in ciò che resta del cartello d’opposizione di Kifaya. Divisi, eppure uniti dallo stesso desiderio, e soprattutto dalla stessa urgenza di riportare democrazia in Egitto. E’ anche di questo humus che si nutre la piazza, e il consenso di cui la piazza gode.

E’ un quadro decisamente diverso, questo, dal quadro che qualcuno sta raccontando in Italia. Il regime di Hosni Mubarak non è moderato da molto tempo, soprattutto con i cittadini di uno Stato che vorrebbero essere cittadini e che invece si sentono sudditi. Paradossalmente, questa realtà passa inosservata, come se non esistesse nelle università, nelle scuole, nelle strade, nei quartieri, negli ospedali del Cairo. La frattura tra il regime e i suoi cittadini è talmente ampio che rischia di non essere più sanabile. Anzi, non lo è più da tempo.

E allora pongo una domanda banale: cos’hanno di meno questi ragazzi del Cairo da quelli di Teheran? Hanno lo stesso valore, la stessa dignità, oppure valore e dignità si misurano a seconda della convenienza e delle alleanze delle nostre cancellerie? Mubarak non è Ahmadinejad, e dunque i ragazzi del Cairo non hanno lo stesso valore. Questo sembra l’assunto, leggendo alcune interpretazioni di quello che sta succedendo in Egitto. Meglio che l’Egitto non cada. Lo sento ripetere da tanti anni. Se avessimo pensato prima a rafforzare la democrazia egiziana, invece che puntellare un palazzo con seri problemi di stabilità strutturale, forse non dovremmo discutere ora cosa sia meglio per noi. E non per l’Egitto degli egiziani. Dei camerieri di Sharm, dei venditori di souvenir di Assuan, delle guide del Cairo…

3 commenti su “Da FB alla strada, lacrimogeni compresi”

  1. Mi trovo moltissimo col rimando a Tehran. Che i ragazzi manifestanti debbano pure essere lo zimbello della stampa e dei suoi umori politici mi pare sia inaccettabile e conferma il mio fastidio anni fa nel leggere tante parole a proposito dei fatti iraniani.
    Penso sia un segno di rispetto anche verso i tehranesi dare il maggior sostegno possibile ai ragazzi del Cairo oggi.

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