Anche gli ascensori cambiano, in in quarto di secolo. Tautologia a parte, quando salii su una delle Torri Gemelle (quella che aveva il ristorante all’ultimo piano, dove si mangiava bene) dovetti compensare un bel po’. Sulla Willis Tower di Chicago, nei meritati panni della turista, la delusione e’ stata – semmai – quella di non aver provato fastidio alle orecchie, nausea e un po’ di vertigini. C’era la piccola folla delle famigliole. iPhone in azione (compreso il mio), a tentare di raccogliere tutta Chicago, il lago Michigan e un pezzo di Illinois.
Come se fossimo su un aereo: una vista magnifica, che riassume tutti i tempi e gli strati della città. Gli stessi che si toccano a pezzetti appena si scende da un non-luogo come la Willis tower (ci vuole Marc Auge’, stavolta…) e si passeggia (e stavolta Walter Benjamin). La folla di pendolari che corre verso la Union Station per tornare a casa e i bei negozi di downtown. I mendicanti. Un piccolo presidio per il soldato Bradley Manning. E una manifestazione di un centinaio di persone sul caso montante di Trayvon Martin, il ragazzo di 17 anni, disarmato, ammazzato da un vigilante a Orlando, in Florida. Un caso su cui ha parlato anche il presidente Barack Obama, a conferma che il caso del ragazzo di colore ucciso potrebbe alimentare di nuovo una forte discussione sul razzismo.
I non-luoghi e il razzismo sono stati i protagonisti anche degli ultimi giorni a Gerusalemme, dicono le news che leggo a migliaia e migliaia di chilometri di distanza. Il caso e’ quello dei tifosi della squadra di calcio della Gerusalemme israeliana, il Beitar Jerusalem, che hanno fatto un ‘piccolo’ raid nel mall di Malcha, prendendo di mira i palestinesi che nel mall lavorano o del mall sono clienti. L’argomento – non lo nascondo – mi appassiona da tempo. Gli argomenti, anzi. Il Beitar Jerusalem e il mall di Malcha. Separati, pero’, nonostante lo stadio e il mall si trovino esattamente uno di fronte all’altro. Lo stadio, e la sua squadra piu’ importante, sono la rappresentazione del razzismo del tifo gerosolimitano, noto in tutta Israele per quella fortissima colorazione anti-araba. Nessun giocatore palestinese, che invece giocano nelle altre squadre, dal Maccabi Haifa al Beit Sakhnin, solo per citare gli esempi più noti.me se qualche giocatore palestinese riesce a penetrare la difesa del Beitar Jerusalem e fare goal, beh, la gioia va ben oltre il risultato.
Il Malcha no, il mall e’ esattamente il contrario. Anche se stadio e mall sono proprio alle pendici della collina dove sorgeva il villaggio palestinese di Maliha, che forniva latte e ortaggi a tutta Gerusalemme, prima del 1948. Le tracce di quel villaggio sono in quella moschea trasformata in casa privata, il minareto che svetta, il giardinetto, i fiori… Il mall e’ una strana parentesi della storia e della cronaca di Gerusalemme. Un non-luogo, appunto, dove e’ in vigore da sempre non solo una tregua, ma un accordo per farne un duty free. Come se si fosse in un aeroporto. Non in una terra di nessuno, perché tutti sanno chi controlla i gate di accesso al mall, chi gestisce i negozi, chi assolda i lavoratori. Eppure, tutti sono assieme, israeliani, palestinesi, ortodossi, laici, mizrahim, la grande periferia di Gerusalemme che sciama per lo shopping, e che vive assieme alcune ore del giorno anche come lavoratore, commesso, cameriere.
E’ li’, tra i lavoratori, che ci si accorge quanto il mall sia una parentesi, un respiro, una boccata d’aria nel conflitto. Perché la codificazione del comportamento e’ diversa: si indossano le divise da cameriere, e si agisce diversamente, ci si ri-conosce e ci si parla, si scherza, si accetta lo scherzo. Poi, smessa la divisa, usciti dai gate, si ritorna nei propri quartieri il più possibile omogenei, monocomunitari. Una oasi, sino a che una banda di hooligans non e’ venuta a rompere una strana, singolare, tesa armonia. Ma la storia dei tifosi e’ un’altra storia, più complessa, a cominciare da chi e’ tifoso del Beitar. In testa, i mizrahim. Ma di quello vi parlo un’altra volta. Ora sono a Chicago, ho in mano una copia del libro del mio amico Alaa al Aswany come guida: un regalo che, per i casi della vita, mi ha fatto un altro ‘angelo’ incontrato ieri, Farouk Abdel Wahab, il traduttore di Chicago dall’arabo all’inglese, con cui ho conversato in un angolo della Chicago University di rivoluzione, di intellighentsjia, di scrittori, dell’amato Egitto.
Il brano della playlist non e’ americano. E’ Di Nick Drake, Place to Be. Grazie, veramente grazie, Francesco.