Le grandi manovre nell’Ikhwan

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La notizia ha fatto scalpore. Forse solo nel piccolo mondo di chi si occupa di islam politico arabo, ma tanto basta. Khairat al Shater e’ il candidato della Fratellanza Musulmana alla presidenza egiziana, nelle elezioni del prossimo 23 maggio. Il numero due dell’Ikhwan, dopo la guida suprema Mohammed Badie. O forse, come dicono tutti gli analisti che conoscono a fondo la Fratellanza Musulmana (da leggere, assolutamente, il ritratto di Amira Howeidy su al Ahram), il reale numero uno, il tycoon islamista, il leader diventato iconico quando venne arrestato nel 2006 dal regime di Mubarak con l’accusa di aver organizzato una formazione paramilitare. La campagna per la sua liberazione e contro il processo di fronte al tribunale militare ha impegnato per anni gli attivisti dell’Ikhwan, sino a che, dopo la rivoluzione del gennaio 2011, Shater e’ stato liberato dal carcere.

Il leader nell’ombra, insomma. L’esponente di quella generazione di mezzo che e’ rimasta ad attendere per anni il ricambio al vertice dell’Ikhwan, dove gli ottuagenari avevano monopolizzato la carica di guida suprema, il murshid al amm. Sarà lui il futuro presidente egiziano? Gli analisti si arrovellano (altro consiglio di lettura: l’ultimo post scritto da Marc Lynch sul suo blog su Foreign Policy). Perché la candidatura di Shater pone una serie di domande, che per ora non fanno altro che confondere il quadro, invece di chiarirlo.

Anzitutto, la candidatura di Shater contraddice la politica seguita per mesi (per anni, anzi, almeno dal 2005 e dalle elezioni politiche segnate dalla repressione del regime di Mubarak) dalla Fratellanza Musulmana. Tentare di ottenere anche la presidenza vorrebbe dire, per il partito di maggioranza relativa nel parlamento egiziano, monopolizzare le istituzioni. Presidenza, parlamento, e nel frattempo anche la battaglia in corso per sfiduciare il premier Ganzuri, esponente del vecchio regime, espressione della giunta militare, e ottenere la guida del governo. L’Ikhwan ha sempre cercato di non spaventare l’Occidente, e di smentire l’idea di voler monopolizzare tutti i poteri dello Stato egiziano. Cosa sta succedendo, allora? Perché una svolta così sorprendente, proprio in un momento nel quale anche dentro Hamas c’è stato qualcuno che ha consigliato all’Ikhwan di mantenere una linea gradualista?

Diverse le letture: troppi gli islamisti candidati alla presidenza, e nessuno espressione del più importante partito, nato dal più grande movimento islamista arabo, la Fratellanza Musulmana. E poi la paura – montante – che la giunta militare possa, dopo una fase di sostanziale compromesso con l’Ikhwan, cambiare totalmente atteggiamento e tornare alla repressione. Una riproposizione di quello che successe nel 1954, un anno dopo la rivoluzione di Nasser. Tra i giovani ufficiali della rivoluzione nasseriana c’erano anche fratelli musulmani, ma dopo un po’ di tempo questa sostanziale alleanza si ruppe. E la repressione nasseriana verso l’Ikhwan fu talmente dura da mettere seriamente in pericolo la stessa organizzazione. La memoria storica non si e’ pacificata con la rivoluzione del 2011, vista la politica seguita dalla giunta militare in questo ultimo anno, in cui e’ apparso sempre più chiaro chi siano i gattopardi e quanto si tenti di salvare parti del vecchio regime.

Le due letture sono decisamente fondate, e spiegano anche molto di quello che sta succedendo dietro le quinte. Io aggiungerei anche la competizione tra Shater e Abul Futouh. Sostanzialmente coetanei, le due figure più importanti dal punto di vista del consenso islamista, espressione della stessa generazione di mezzo, Shater e Abul Futouh sono avversari da anni. E non e’ un caso che Abul Futouh, in predicato per anni di diventare la guida suprema e poi esautorato con un sostanziale colpo di mano dal vertice dell’Ikhwan, sia stato buttato fuori dal movimento quando ha deciso di presentarsi candidato alla presidenziali. Candidato autonomo, indipendente, campione dell’ala riformatrice della Fratellanza, e un buon seguito tra i giovani islamisti che hanno fatto la rivoluzione. Ce n’è abbastanza per mettere in pericolo (reale) il consenso alla Fratellanza alle presidenziali, a meno che non si presenti qualcuno – come Shater – che rimetta a posto le pedine e costringa l’elettorato classico, storico, tradizionale a rinserrare i ranghi. La candidatura di Shater, insomma, e’ come se confermasse che le possibilità di Abul Futuh sono cresciute, e sono buone.

E’ per questo che la candidatura di Shater e’ importante tanto quanto rischiosa. Per tutta quella serie di interpretazioni che circolano in questi ultimi tre giorni. E per la competizione personale tra Shater e Abul Futuh.

La foto e’ americana, perché sono ancora dall’altra parte dell’oceano, in una splendida New York baciata dal sole e da nuvole che corrono su Manhattan. Le luci che si vedono sono quelle di Chicago.

Il brano della playlist, invece, e’ di un jazzista italiano, Enrico Pieranunzi, che frequenta la Grande Apple. Il suo ultimo album si chiama Permutations.

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