Stamattina le parole di Alaa al Aswany mi hanno confortato. Difficile spiegare che quella rabbia composta ma irrefrenabile dei ragazzi del Cairo non nasce da oggi, né è emulazione della rabbia tunisina. Ci ho provato in questi giorni, e alle domande importanti, sulle rivoluzioni, sulle direzioni politiche, sulla politicizzazione delle masse, ho saputo rispondere in un modo che è tutto meno che scientifico. “Da’ retta al mio naso”. Talvolta, non mi riconosco più…
La verità è che penso che dobbiamo abbandonare alcune delle categorie alle quali siamo stati educati. Con le quali leggiamo il mondo. Vedo i video, le fotografie, i tweets, i blog, gli audio dei ragazzi del Cairo, e capisco che cosa stia succedendo dentro di loro. Perché me lo hanno spiegato de visu tante volte, in tante occasioni.
Che siano capaci di fare una rivoluzione non lo so. Che abbiano la determinazione di farlo, ne sono certa. E il mio amico Alaa al Aswany, cantore della gente delle strade del Cairo, che ascolta con empatia, di cui è lui stesso parte pur appartenendo per storia famigliare all’intellighentsjia del paese, spiega perché, oggi sul Guardian. La sua empatia, peraltro, era stato il motivo per il quale gli avevo chiesto (e mi aveva scritto) la prefazione al mio libro sugli Arabi Invisibili.
I found myself in the midst of thousands of young Egyptians, whose only point of similarity was their dazzling bravery and their determination to do one thing – change the regime. Most of them are university students who find themselves with no hope for the future. They are unable to find work, and hence unable to marry. And they are motivated by an untameable anger and a profound sense of injustice.
I will always be in awe of these revolutionaries. Everything they have said shows a sharp political awareness and a death-defying desire for freedom.
[…]
I was in the company of a friend, a Spanish journalist who spent many years in eastern Europe and lived through the liberation movements there. He said: “It has been my experience that when so many people come out on to the streets, and with such determination, regime change is just a matter of time.”
So why have Egyptians risen up? The answer lies in the nature of the regime. A tyrannical regime might deprive the people of their freedom, but in return they are offered an easy life. A democratic regime might fail to beat poverty, but the people enjoy freedom and dignity. The Egyptian regime has deprived the people of everything, including freedom and dignity, and has failed to supply them with their daily needs. The hundreds of thousands of demonstrators are no more than representatives of the millions of Egyptians whose rights have been invalidated.”
Libertà e dignità. Qualcuno, in Europa e altrove, sarà sorpreso che ragazzi e ragazze, con o senza velo desiderino Libertà e Dignità, a modo loro. Che per loro valgano le stesse regole dell’umanità che valgono per noi. Non sono solo degli invisibili senz’anima, desideri, e solidità politica. Di questi tempi, dimostrano di averne più loro di noi italiani. Più dignità e indignazione. E il richiamo al 1989, fatto dal giornalista spagnolo che accompagnava Alaa in piazza, non è peregrino. Le rivoluzioni, a un certo punto, succedono. E non ci si può far niente. Non nascono dal nulla, nascono da anni di dissidenza, opposizione, repressione. E poi un giorno scoppiano.
Oggi sarà dura. E da questa giornata, con buona probabilità, dipenderà il destino del nuovo Egitto che già esisteva, e che è sceso per strada il 25 gennaio. Qualche ora fa (stanotte) il corrispondente della CNN, Ben Wedeman, il miglior giornalista ora al Cairo, salutava la sua audience di Twitter con una frase che fa venire i brividi:
Time for a few hours sleep. Good night, #Egypt, and good luck. #Jan25
Fanno talmente paura, i ragazzi, che pochi minuti fa cellulari, comunicazioni non con telefoni fissi sono saltate, al Cairo. Twitter fa paura, internet fa paura. Perché dietro di loro ci sono ragazzi in carne e ossa. Che non hanno più voglia di non avere libertà.
All’una, fuori dalle moschee e dalle chiese del Cairo, l’opposizione chiede che i manifestanti si radunino e marcino verso le piazze della città. E così nelle altre città d’Egitto. Rischiando, forse, anche la loro vita.
Buona fortuna, Egitto. Con tutto il cuore.

Lo annunciavi su FB: Assange ha pubblicato un buon numero di cablogrammi su Wikileaks. Ecco un elenco:
http://30secondi.wordpress.com/2011/01/28/wikileaks-pubblica-decine-di-cable-sullegitto/
grazie. E’ evidente che i blogger non sono nati ieri, e che hanno avuto la funzione di una dissidenza politicamente avvertita. Necessaria, in qualsiasi ‘sommovimento’. Ora, invece, per le strade ci sono i numeri. E i lacrimogeni