ASSALTO ALLA FREEDOM FLOTILLA – 2

Per chi fa la giornalista, l’informazione è la prima cosa. La cosa più sacra. E dunque, nell’era di internet, il dovere è quello di mettere a disposizione non solo quello che si sa, ma anche gli strumenti per trovare altre informazioni. Soprattutto in momenti particolari come questo, dopo l’assalto della marina militare israeliana a tre navi della Freedom Flotilla. La prima nave, dicono le ultime notizie, è arrivata – scortata – ad Ashdod, e qui inizierà il secondo capitolo di questa vicenda tragica. Physicians for Human Rights, l’associazione israeliana di medici che si occupano di aiutare dal punto di vista sanitario e della difesa dei diritti umani anche i palestinesi in Cisgiordania e Gaza, hanno fatto sapere di essere andati negli ospedali per dare il loro aiuto ai feriti.

 Per seguire le informazioni che arrivano direttamente dalla Freedom Flotilla, o dalle persone che sono collegate col network dei pacifisti, basta collegarsi a due siti, witnessgaza.com oppure www.freegaza.org. Su twitter ci si può aggiornare cercando #Flotilla: si hanno informazioni in tempo reale o re-tweet, come si dice in gergo.

Per la parte israeliana, basta collegarsi a ynetnews.com, oppure al sito di Haaretz, sempre con l’avvertenza che le notizie sono soggette, in casi così delicati, alla censura delle autorità militari, soprattutto riguardo al numero dei morti e feriti. In casa palestinese, le reazioni sono già dure, e i contatti su Maannews debbono essere alti, perché il sito è rallentato. Il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas ha indetto tre giorni di lutto nei Territori Palestinesi Occupati, poche ore dopo le notizie che parlavano di una sua possibile visita a Gaza. Dalla Striscia, intanto, arrivano le reazioni dure del governo de facto guidato da Hamas, che attendeva la Freedom Flotilla oggi, col suo carico di aiuti umanitari.

L’attenzione, però, è tutta su due altri quadranti. Il primo, è la comunità arabo-israeliana, i palestinesi con passaporto israeliano che rappresentano un quinto della popolazione. Sui siti israeliani c’è la conferma ufficiale che Sheykh Raed Salah, l’esponente più conosciuto dell’islam politico palestinese in Israele, è fra i feriti nell’assalto della marina israeliana alla Freedom Flotilla. Le sue condizioni non sono considerate gravi, ma il suo ferimento rischia di scatenare la reazione dei palestinesi d’Israele. E questo sì che è un punto delicato di tutta la vicenda, perché gli scontri tra arabo-israeliani e forze dell’ordine di Tel Aviv furono anche fra i primi scontri della seconda intifada, iniziata nel 2000 dopo la passeggiata di Ariel Sharon sulla Spianata delle Moschee in mezzo a grandi misure di sicurezza.

Il secondo “quadrante” è indubbiamente quello turco. Che le relazioni tra Israele e Turchia non fossero più idilliache, lo si sapeva da tempo. Che la Turchia premesse sulla questione di Gaza, e avesse più volte espresso la volontà di mandare aiuti umanitari, anche. Che la Turchia di Erdogan volesse un ruolo più importante sul tavolo negoziale della riconciliazione interpalestinese, lo si sapeva anche questo da tempo. Ora, l’assalto all’alba alle navi della Freedom Flotilla, le vittime turche, la durezza delle prime parole delle autorità israeliane sia sugli organizzatori turchi della spedizione pacifista, sia sull’attacco alle navi, rischia di pregiudicare quanto era già in bilico. Il rapporto tra Israele e l’unico amico che aveva in Medio Oriente. Un amico che, fra l’altro, fornisce a Israele beni preziosi come l’acqua.

Il capitolo Israele-Turchia non si concluderà con la chiusura della triste vicenda della Freedom Flotilla. Continuerà, magari dietro le quinte e senza riflettori.

Il video di cui fornisco il link è materiale filmato grezzo dalla Mavi Marmara caricato su YouTube.

Lascia un commento