In questo caso, parafraso una canzone dei miei amici Radiodervish, di qualche anno fa. Loro sono venuti a Gerusalemme a trarre ispirazione, e da quello – così come da altri viaggi, nel progetto delle residenze teatrali nei castelli federiciani in Puglia (Vendola regnante, ovviamente…) – è nato nel 2009 un cd, Beyond the Sea, che consiglio a tutti di sentire. Tanto è forte, il legame con questo posto, che il libro che ho citato nel post precedente, Tre Volte Dio, ha avuto proprio in Michele Lobaccaro (uno dei Radiodervish) la spinta propulsiva, il collante che ha messo insieme persone molto diverse e pensieri molto diversi su Gerusalemme.
Il centro del mondo di cui parlo oggi, però, non è legato a una canzone, bensì a un quartiere, Musrara, a Gerusalemme, di cui ho scritto per Limes, nel numero dedicato a La Battaglia per Gerusalemme, uscito nel luglio scorso. Oggi pomeriggio ci sarà una riunione a tre, qui, a poche centinaia di metri di distanza, tra Hillary Clinton, Benjamin Netanyahu e Mahmoud Abbas, e tra i core issues – come si dice tra gli addetti alle questioni politico-diplomatiche – c’è anche Gerusalemme. Musrara è un po’ come il simbolo, di tutto questo. A Musrara l’israeliano Moshe Dayan e il giordano Abdallah el Tal disegnarono sulla carta, alla fine di novembre del 1948, una linea che diventò armistizio e poi storia. La Linea Verde, che divide quello che fu uno dei primi quartieri borghesi della Gerusalemme nuova fuori dalle mura possenti di Solimano il Magnifico.
Ripropongo qui la fine di quell’articolo.
La realtà di questi giorni è solo l’orma impressa sul terreno di una storia che ha subito una cesura, un fossile impresso nella pietra, che segue lo stesso percorso storico delle due parti di Musrara: la parte israeliana, pienamente dentro i cambiamenti sociali del paese; la parte palestinese, sfilacciata e senza più l’anima di un tempo oppure una nuova identità che possa sostituire il retaggio antico. Gerusalemme araba è, insomma, sempre di più frammentata in piccole isole, compound, quartieri che hanno perso – come enclave – quel legame necessario alla vita cittadina. Le ragioni sono nel conflitto, certo. E soprattutto sono in quella ricerca di una Gerusalemme “una e sola” che ha già stravolto la città, diventata allo stesso tempo la città israeliana più popolata (mezzo milione di persone, di cui 200mila nella parte occupata), e la città palestinese con più abitanti (più di 200mila).
La battaglia per Gerusalemme non è, dunque, comprensibile se non si percorre l’intera geografia della città, la geografia storica che ha cambiato, con i decenni, la trama urbana. La battaglia sulle case, sulle tracce lasciate sul terreno dai testi sacri, la battaglia sulle strade, sulla toponomastica, persino sui percorsi del tram, non si comprende in tutta la sua importanza esplosiva se non si percorre la città e – a un tempo – non si rintracciano le memorie identitarie. I cambiamenti apportati dagli ultimi 62 anni di conflitti non hanno colpito solo i riti dell’urbanità, modificando profondamente lo stesso senso di città da parte di tutti i protagonisti dello scontro. Non è solo uno scontro tra identità sempre più competitive tra di loro, quello che si gioca a Gerusalemme. E’ sempre di più la battaglia per una identità esclusiva che, come sempre succede nella storia, è l’identità del vincitore o del più forte. Un’identità esclusiva che lascia all’Altro, pure anello fondamentale nell’identità multipla di una città come Gerusalemme, il ruolo dello sconfitto in una riserva indiana. Debole, e senza più una cultura cittadina viva.