benvenuto al mondo, Khaled

Una nascita dovrebbe essere un evento privato, intimo, familiare. Questa, però, è una nascita troppo particolare per rimanere in una camera d’ospedale e in una famiglia, seppur molto nota al Cairo. Khaled Alaa non è solo un bambino concepito dopo la rivoluzione del 25 gennaio. Non è solo un bambino nato senza la presenza fisica del padre, rinchiuso nel carcere di Tora. Khaled Alaa è il figlio di una coppia politica, di Alaa Abdel Fattah e Manal Hassan. Il figlio di @alaa e @manal, a cui twitter, Facebook, i social network, i blogger della prima e della seconda ora, gli attivisti di Tahrir hanno tributato da ieri pomeriggio una vera e propria ovazione virtuale. Le foto del piccolo Khaled Alaa girano per il web, assieme al video che ritrae nella prima parte il padre, @alaa, nella tuta bianca dei detenuti, dentro l’aula di tribunale che ha decretato altri 15 giorni di detenzione preventiva, e poi – nella seconda parte – il figlio appena nato. Figlio che porta programmaticamente  un nome pesante: Khaled, come Khaled Said, il ragazzo di Alessandria ucciso da due poliziotti il 6 giugno del 2010, in cui intere generazioni di giovani egiziani si sono riconosciuti.

Nascita mediatizzata? Sì, a suo  modo. Nascita attesa, perché col tempo è stata caricata di un significato che va oltre il cambiamento segnato dalla rivoluzione del 25 gennaio. Con l’arresto e la detenzione di Alaa Abdel Fattah, che non ha potuto assistere alla nascita del suo primo figlio, Khaled Alaa è divenuto suo malgrado un altro figlio della dissidenza. Come sua zia, Mona Seif, e cioè @monasosh, altra blogger, attivista e protagonista di Tahrir, anche Khaled Alaa è nato mentre suo padre era in prigione, come detenuto politico. Come suo padre e come suo nonno. Generazioni di oppositori che in Egitto vivono destini simili, nonostante i cambi importanti al potere. Khaled Alaa nasce mentre suo padre è in carcere, sua zia continua a essere un’attivista contro i tribunali militari, e sua nonna fa lo sciopero della fame perché Alaa Abdel Fattah sia liberato.

Khaled Alaa è, dunque, allo stesso tempo figlio della dissidenza storica, della rivoluzione egiziana del 2011, dell’attivismo digitale che è in vita nel paese dal 2005, ma soprattutto è un piccolo simbolo di una speranza dura a morire, tra chi ha vissuto e fatto vivere Tahrir. La richiesta di democrazia, dignità e futuro non finisce qui, né con le elezioni né con i tentativi di calmierare e normalizzare il cambiamento in atto da gennaio. Guardandola con gli occhi di chi ha raggiunto la mezza età, tutta questa euforia e questa speranza che regge all’urto degli eventi sembra ingenua, e senza prospettiva. Cercando, invece, di vedere questa euforia con gli occhi di chi ha meno di trent’anni, questo bambino appena arrivato al mondo è il segno che la sfida continua. Che i ragazzi di Tahrir diventano a sua volta genitori. E che il futuro dell’Egitto non è delle generazioni passate e della gerontocrazia che, anche in questi ultimi giorni, dà risposte vecchie alla maggioranza della popolazione.

La demografia, nel caso egiziano, segna in modo indelebile la politica. Il futuro prossimo, neanche tanto lontano, è dei genitori dei tanti Khaled Alaa che nasceranno dalla rivoluzione. E saranno proprio loro, i nuovi giovani genitori, che lo si voglia o meno, a dare risposte di medio e lungo periodo. Quali? Bisognerebbe chiederlo a loro.

Per inciso, Khaled Alaa è già su twitter, col suo account. Forse il più giovane utente di twitter: @KHalaaa, e oltre 1500 persone che lo seguono… Benvenuto in questo mondo, sperando che sia veramente – per te e per i tuoi genitori – un Nuovo Mondo.

Il brano della playlist è Un Senso di Vasco Rossi. E’ vero, c’era – ieri – nell’ultima puntata di Tutti Pazzi per Amore. E non commentate.

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