Protestano le associazioni per la difesa dei diritti civili, e molti – oltre le associazioni preposte a occuparsene – sono preoccupati per il destino della libertà di stampa, in Egitto. Una libertà di stampa conquistata a fatica, soprattutto negli ultimi cinque anni, come ben scrive arabist, al secolo Issandr el Amrani, descrivendo la parabola della cosiddetta primavera cairota, definizione – forse è vero – cara anche a certa propaganda americana legata al disegno di Bush jr. per il Medio Oriente, ma che aveva un suo perché (l’ho definita anch’io così, caro Issandr, nel mio Arabi Invisibili, pubblicato per Feltrinelli proprio all’indomani di quella stagione importante non solo in Egitto, ma in Libano e in parte del Maghreb: una primavera che parlava di democratizzazione endogena, e non portata sui fusti di cannone). Quella Cairo Spring si sta trasformando in un Cairo Autumn? Sì, forse. (Quasi) finita la stagione del cartello Kifaya, che riuniva dai liberal alle figure dell’islam politico più pragmatico, dal Wasat ad Abdel Moneim Abul Futouh, ora l’opposizione sembra frammentata tra i blogger di un tempo e la coalizione attorno a Mohammed el Baradei, nella quale confluisce l’opposizione intellettuale storica, compreso Alaa al Aswany. Quanto spazio abbia, questa opposizione, in una transizione infinita alla democrazia in cui gli Stati Uniti sanno meno di prima cosa fare, non è ancora dato sapere.
Certo, vedere Gamal el Mubarak a Washington, mentre accompagna suo padre all’inizio dei negoziati tra Netanyahu e Abbas, ha fatto pensare molti a uno sdoganamento da parte dell’amministrazione Obama del secondogenito di Hosni Mubarak come il prossimo candidato dello NDP, il partito del regime, alle presidenziali che segneranno la fine del lungo mandato del successore di Sadat. Non è un caso, che proprio in quei giorni la possibile candidatura di Gamal Mubarak abbia guadagnato un sostenitore eccellente, e cioè quel Saad Eddin Ibrahim, sociologo americano-egiziano, che per anni è stato uno strenuo oppositore di tutta la famiglia Mubarak, e che aveva anche assaggiato la galera al Cairo, dove per mesi era stato rinchiuso per un processo contro il suo centro di studi Ibn Khaldoun. Uscito dall’Egitto, Ibrahim aveva continuato a criticare il regime in maniera severa, salvo cambiare idea qualche settimana fa. Cosa è successo? Mah…
Intanto, mentre i giochi per le prossime presidenziali sono sempre più interessanti, la vera questione aperta – oggi – è la libertà di stampa in Egitto. Le timide aperture di questi anni, i quotidiani privati che sono stati aperti, come Al Masri el Youm, ma anche come la testata che fondò alcuni anni fa il compianto Mohammed el Sayyed Said, esponente di un pensiero che definiremmo noi italiani socialdemocratico, avevano fatto ben sperare. Lo stesso era successo con la entusiasmante stagione dei blogger, che oggi sembra decisamente più spenta. E da ieri, e cioè dal defenestramento di Ibrahim Eissa, che cosa ci dobbiamo aspettare per l’Egitto dei diritti civili?