Pane o rose? Rivoluzioni nate dalla fame, dai prezzi sempre più alti dei beni di prima necessità. Oppure rivoluzioni nate dalla fame di libertà. La domanda è inutile, o meglio malposta. Pane e rose sono stati, insieme, le ragioni fondanti delle rivoluzioni arabe. E del pane e delle rose non possono non fare parte i libri, se libro significa cultura e conoscenza. Tanto per ritornare ai rapporti sullo sviluppo umano nel mondo arabo sponsorizzati dall’UNDP, gli AHDR, uno di loro – quello del 2003, scaricabile da internet in arabo o in inglese – era appunto dedicato alla Conoscenza. Rapporti sponsorizzati dall’ONU a parte, la produzione culturale di questi ultimi anni, in tutto il mondo arabo, è stata il ‘cibo per la mente’ al quale si sono abbeverati non solo i gruppi della dissidenza, ma in una maniera o l’altra una buona parte dei giovani arabi. E quando parlo di cultura, intendo tutto. Intendo libri, intendo romanzi, intendo saggistica, intendo soprattutto ciò che di culturale è passato attraverso la Rete. Dunque, testi molto più brevi di un libro, manifesti politici, poster, graffiti via web, grafica digitale, musica, sperimentazione.
Il quinquennio 2005-2010 è stato un periodo d’oro, per la cultura araba sul web. Che si sia trattato di un rapporto tra cultura fuori dal web e Rete, in cui il web ha fatto da cassa di risonanza. Oppure che si sia trattato di un nahda, di una rinascita culturale specifica della Rete, con nuove forme, nuovi spazi e nuovi tempi (di produzione o di acquisizione o di reazione). Un esempio è la nuova letteratura della città, in Egitto. Una città – in questo caso Cairo, la megalopoli – che fa parte a pieno titolo della cultura della Rete, e che è stata palcoscenico di cinema e romanzi.
Nel 2008, per esempio, succedeva questo, nell’editoria del Cairo. Il Medio Oriente era gravido, diceva un intellettuale, e presto partorirà. Ci sono voluti appena due anni. Era un articolo che avevo scritto per il Domenicale del Sole24Ore (direzione Chiaberge)
IL CAIRO – La rassegna stampa all’entrata di Dar Merit è tutta per lui. Ahmed Fouad Negm, l’ultimo poeta di strada egiziano. Il jongleur che ha maltrattato tutti i presidenti, da Gamal Abdel Nasser a Hosni Mubarak. Ed è il suo volto smagrito e rugoso – il vecchio Ahmed Fouad è uscito poche settimane fa dall’ospedale, dov’è stato ricoverato per problemi cardiaci – l’unico a essere ritratto in caricatura, sulla parete del polveroso salottino della più giovane e prolifica casa editrice d’Egitto. Dar Merit, meno di dieci anni di vita e almeno due bestseller all’attivo: la prima edizione del Palazzo Yacoubian di Ala’ al Aswani, e l’innovativo An Takun Abbas el Abd del poco più che trentenne Ahmad Alaidy.
Il mito è e rimane, però, lui. Ahmed Fouad Negm, il provocatore, il coraggioso, il poeta popolare, l’intellettuale che si è fatto la galera. Le sue raccolte di poesie sono il fiore all’occhiello della casa editrice più prolifica del paese. La creatura di Mohammed Hashem, diventato nel giro di un pugno di anni il vero talent scout della letteratura egiziana, e il protettore dei giovani scrittori. Cinquant’anni a breve, membro del movimento d’opposizione Kifaya, Hashem vanta già quattro premi Sawiris nel suo catalogo, e un riconoscimento da parte della più potente associazione degli editori statunitensi, che nel 2006 l’ha premiato per il suo impegno a favore della libertà di espressione.
Il più grande risultato di Hashem e della sua Dar Merit, però, non sono né i premi né i bestseller. Sono i prezzi dei suoi libri. L’equivalente di un euro o poco più. Perché, nell’era del dopo Mahfouz, la vera scommessa è convincere i ragazzi a impiegare dieci pound non per una ricarica del telefonino, bensì per il romanzo di uno scrittore esordiente o la pièce di teatro di un nuovo talento. Per la traduzione di Chuck Palahniuk, o di Alessandro Baricco. Scommessa difficile da vincere, in un paese dove i prezzi stanno volando, la gente è sempre più povera, e la forbice sociale si sta allargando a vista d’occhio. Scommessa ancor più difficile, se si pensa che i libri sono uno dei tanti oggetti taroccati.
Basta andare per mercatini, o anche lungo i marciapiedi di downtown, al Cairo, per scoprire che anche la letteratura si può “copiare”. L’ha sperimentato Ahmed Alaidy, uno dei nuovi scrittori egiziani in ascesa. Al mercato di Sayyed Zeynab – uno dei più importanti della megalopoli araba –, il suo An Takun Abbas el Abd è un successo anche per le fotocopiatrici. Due pound, un quarto di euro, ed ecco la copia contraffatta, con tanto di copertina fatta con la carta che si usa in macelleria.
Di per sé, scoprire il proprio libro taroccato vuol dire che la fatica letteraria ha tanto successo da raggiungere i mercati alternativi. Per Dar Merit, il risultato è che si vende meno, ed è sempre più difficile far quadrare i conti. Non è per questo, però, che la polvere e l’understatement regnano sovrani nella sede della casa editrice di Hashem. A downtown, a due passi da Groppi e dai suoi sempiterni marron glaçes. I due sofà che hanno visto tempi migliori, il tavolino ingombro di bicchierini di caffè e dell’immancabile shai, tè forte e zuccherato, i portacenere colmi, ricordano fin troppo da vicino le case editrici della sinistra italiana anni Sessanta, o il profumo della carta dei samiszdat dell’Europa dell’est pre-1989. Dar Merit, insomma, è la prima porta che si deve attraversare per capire che l’Egitto letterario non è più stantio. E che qualcosa, all’ombra del Nilo, sta succedendo. Soprattutto dopo la morte dell’unico premio Nobel per la letteratura arabo, Naguib Mahfouz, scomparso tre anni fa.
È paradossale, ma buona parte degli scrittori, siano d’avanguardia, di grido o di lunga esperienza, dicono che in Egitto – ora – è più facile fare letteratura. Anche se fare gli scrittori non fa quadrare i bilanci personali. Sarà forse per lo spazio dato da internet anche alla creatività, che ha fatto per esempio nascere case editrici dai blog. Sarà perché c’è una generazione, molto giovane, di scrittori che preme per pubblicare. Sarà perché, come ha detto un vecchio intellettuale, “Il Medio Oriente è gravido. L’Egitto è gravido. E presto partorirà”.
Qualche link, a questo punto, ci sta bene, su quello che sta succedendo in questi ultimi giorni. Intanto, la Fiera del Libro del Cairo, saltata ‘causa rivoluzione’ si farà a piazza Tahrir alla fine di marzo. Non un posto a caso, dunque, ma il cuore della Rivoluzione del 25 gennaio. Una notizia molto bella, riportata dal Guardian (che parla anche dei libri censurati che sono tornati sugli scaffali di Tunisia ed Egitto) e dal Bookseller. E poi Marcia, di arablit, torna a parlare di poesia araba. E di pane. Non è un caso.
Piccola aggiunta: sul neocosmopolitismo giovanile del Cairo, c’è questo bel saggio di Heba Elsayyed su Arab Media & Society. E’ tanto per spiegare ai sostenitori nostrani dei neocon che gli arabi (e gli studiosi arabi) non hanno l’anello al naso.
Grazie.! non non hanno gli anelli al naso..
A proposito della Nahda digitale…è vero, i giovani palestinesi, per esempio, crescono ascoltando i rap di Shadia che mette in ritmo rivendicazioni già espresse da grandi poeti…E i ritmi della moderna musica diventano il canali di trasmissione di nuove e vecchie poesie….Un po’ com’è successo tra Kazem Saher e Nizar Qabbani che, però, restano classici rispetto al fermento attuale